Cosekeso?

Ciao, questo è il mio blog, il blog nel quale ogni tanto svuoto la mia testa dai vari elementi che la riempiono.
Non c'è quasi nulla di originale, i miei pensieri sono rivisitazioni o rielaborazioni di quello che l'ambiente mi insegna e propone.

Se leggerai qualcosa "buona lettura", se non leggerai nulla "buona giornata"

ATTENZIONE: contiene opinioni altamente personali e variabili

lunedì 23 aprile 2012

Come val la pena discutere...un quarto d'ora massimo.

Le discussioni non dovrebbero mai protrarsi oltre i quindici minuti.
Per un paio di motivi che ritengo ragionevoli:
1. Se uno è fortemente convinto di una sua posizione deve essere in grado di esplicitarla correttamente e chiaramente in meno di sette minuti e mezzo (quindici minuti diviso due, se la discussione prevede due contrapposizioni). Tenete presente che sette minuti e mezzo sono una enormità di tempo per esporre una tesi;

2. Superato un certo limite di tempo diventa più difficile tornare sui propri passi. Ovvero, se mi accorgo che stavo dicendo una cazzata dopo quindici minuti posso pensare di ricredermi. Oltre i quindici minuti subentra una questione di orgoglio e difesa personale e diventa impossibile ricredersi. Pensate di dover ammetere di aver sbagliato e dover dare la ragione al vostro antagonista dopo due giorni di discussioni. Impossibile. Io personalmente difenderei l'impossibile pur di non ricredermi dopo averci investito tempo in discussioni.
3. Se siamo veramente interessati ad ascoltare le posizioni dell'altro sette minuti e mezzo sono un tempo ragionevole da dedicargli rimanendo lucidi, concentrati e neutri nella valutazione delle altrui tesi, se non mi interessa ascoltare le sue tesi perchè son convinto di aver ragione perchè perdere più di un quarto d'ora. Invece in pochi minuti posso essere in sospensione di giudizio senza correre il rischio di essere prevenuto, posso forzare me stesdso ad essere lucido e costruttivo. Oltre i meccanismo di difesa diventano veramente troppo efficaci.
4. Non vale mai la pena discutere a lungo, bisogna essere veloci, ascoltare con attenzione, ragionare e decidere cosa fare, insistere, cedere, trovare un punto d'incontro.

Post velocissimo, in questo periodo mi ritrovo l'agenda un po' fitta e mi trascuro un po'. Saprò rifarmi.....credo.

Un abbraccio a tutti i fedelissimi, tutti e tre.....

sabato 31 marzo 2012

Burocrazia e buon senso. Un posto migliore per me, prima che le mie figlie

Personalissimo post di sfogo.
Il 22 è nata la mia seconda bimba, Bianca, avrete letto il post.
Bene, in ospedale c'è la possibilità di registrare all'anagrafe la nuova nata direttamente da un ufficio all'interno dell'ospedale stesso. Bella cosa, così mi risparmio di andare in Comune che, con due bimbe piccole, non è così facile da gestire. Anche se si è genitori per la prima volta, i giorni post nascita sono sempre un po' deliranti, il servizio in ospedale è molto utile. Vado è trovo una signora gentilissima, lo specifico perchè quello che mi fa incazzare non sono le persone ma il processo, che registra a mano su un modulo i dati miei e di mia figlia. Prima assurdità: Giulia ed io siamo sposati e quindi la registrazione di mia figlia poteva farla anche un nonno, non lo fossimo stati avremmo dovuto farla lei ed io entrambi fisicamente presenti. Mah. Pausa di rifelssione. Altro mah.
Comunque, siamo nel 2012 e viene ancora compilato un modulo a mano che poi viene spedito via raccomandata in Comune.
Non voglio mica dire che basterebbe una postazione con un collegamento alla pagina dell'anagrafe e uno da solo si registra la figlia, però almeno un documento elettronico da inviare attarverso PEC si poteva fare. Forse ci risparmiamo pure i soldi delle raccomandate. Da dire che il servizio in ospedale in realtà non sembra molto apprezzato, da inizio anno si sono registrati solo una trentina di bimbi. Però in reparto non c'è un cartello che dice "ehi genitori, invece di sbattervi per andare in comune, intanto che aspettate che facciano la visita alla vostra compagna, fatevi due passi e andate a registrare il vostro erede in ospedale".
Io credo che pirma di chiedermi altri soldi in tasse si potrebbe:
1. eliminare il servizio anagrafe dal comune, i figili nascono in ospedale, la registrazione si fa lì.
2. se un figlio viene riconosciuto basta uno dei due presenti al momento del concepimento per registrarlo, non perdiamo il buon senso, mai.
3. eliminare l'invio della raccomandata, non solo costa dei soldi, è anche una perdita di tempo (dato che, ad esempio, io non riesco a presentare la domanda all'asilo corredata di ISEE perchè la raccomandata è partita, è in viaggio, ma non è arrivata e il tempo per presentare la domanda scade).

Preciso nuovamente che le persone che sono state coinvolte in questo giro sono state molto intelligenti, disponibili e squisite, le ringrazio pubblicamente per aver fatto sempre mezza cosa in più rispetto a quello che veniva richiesto. Purtroppo nel tentativo di erogare un servizio intelligente si è fatto un obrobrio.
Come disse una volta uno che conosco: "complimenti, hai trasformato una buona idea in una cazzata".

Forza e coraggio che di assurdità così è piena l'Italia e sono soldi risparmiabili a tempo zero. Ripeto, a tempo zero, non servono giorni, mesi, anni per sistemare questa cosa. La PEC a me e all'azienda in cui sono l'hanno imposta, perchè fra aziende comunali e statali non funziona?
Per fare un'Italia che funziona meglio si può anche partire da piccole cose, non dobbiamo per forza pensare di fare un paese migliore per i nostri figli, pensiamo di farlo in primis per noi, adesso. Non solo domani, miglioriamo ciò che è possibile adesso. Il tempo fa una gran differenza. Proviamo ad essere egoisti, ragionare in maniera altruistica, anche se rivolta ai nostri figli, non funziona, siamo sempre lì. Facciamo gli egositi, ci sono un mucchio di piccole cose da sistemare subito per rendere l'Italia un posto migliore, già dal prossimo mese. E oggi è il 31, intendo aprile, con prossimo mese.
Resto a disposizione per enti privati per proposte di miglioramente concreto immediato.

giovedì 22 marzo 2012

Ben arrivata


Ciao Bianca, benvenuta al mondo. Mi fai impazzire, proprio come tua sorella. Ho passato nove mesi a chiedermi come fosse possibile amare un'altra persona oltre tua sorella, mi è bastato vederti per capirlo.
Vorrei dirti mille cose ma mi vengono solo sciocchi suggerimenti, accontentati, fortunatamente tua mamma e tua sorella sono persone eccezionali, potrai imparare molto da loro.
Prenditi sempre del tempo solo per te, sei parte della nostra tribù e lo sarai per sempre. Ogni tanto sparisci, dedicati solo a te.
Quando avrai almeno trent'anni, pesati una volta a settimana, non per il peso, ma per rispettare la tua salute per quando ne avrai il doppio, di anni.
Leggi bei libri, aiutano a sorridere. Impara a sorridere, come fa Gaia. Leggi tanto, ti aiuterà a capire i tuoi pensieri.
Sfoglia le riviste, ogni tanto prendi una rivista e guarda solo le foto, ti aiuterà a mettere in ordine il cervello.
Non aver paura di copiare, se c'è qualcosa di bello in giro fallo tuo. Però rispetta chi l'ha fatto per primo.


Guarda la tv e naviga su internet, non puoi prescindere dal mondo in cui vivi, conoscilo, non limitare gli stimoli che ricevi, impara ad analizzarli e a sceglierli.
Chiedi aiuto, io ci sarò sempre ma se impari a chiedere aiuto ti stupirai da quante persone ci saranno per te.
Fidati di noi. Ascolta tua sorella e fatti ascoltare da lei, il mondo vi appartiene, state vicine.
Impara a dare un nome alle tue emozioni, non accontentarti di felicità e tristezza, ne meriti di più, ne puoi vivere di più.
Usa la testa, anche per capire quando non usarla. Cerca di prendere le cose seriamente e la vita con leggerezza.
Non darmi sempre retta, sono una persona, la cosa più naturale che posso fare è sbagliare.
Se prendi un gelato non prendere gusti light, bacio, nocciola, panna montata, crema catalana questi sono gusti veri.
Vivi di passioni, ci vuole poco tempo per imparare a suonare decentemente uno strumento, per imparare uno sport, per coltivare un hobby. Non pensare mai che sia troppo tardi per iniziare. Canta. Gioca seriamente, il gioco è la cosa più importante e seria che ci sia.
Attenta allo zucchero.
Non bere mai per essere felice, bevi solo per essere più felice.
Lascia parlare gli altri, ascoltali, capiscili ma poi fai come ti pare.
Cambia opione tutte le volte che ritieni, le opinioni non fanno la coerenza delle persone, i valori la fanno. Rispetta il tuo tempo.
Quando sarò vecchio porta pazienza, se tanto mi da tanto sarò un brontolone.

venerdì 2 marzo 2012

Bisogna essere intelligenti per non aver ragione


Tempo fa ho scritto un post estremamente intelligente riguardo all'importanza di ascoltare bene le domande che ci vengono poste prima di rispondere e di come il rischio principale sia quello di rispondere quello che sappiamo e non quello che ci viene chiesto.
Bene, proseguiamo sul filone dell'ascolto per affrontare un altro aspetto importante. Il titolo è “bisogna essere intelligenti per non aver ragione”.
Nei miei anni di lavoro mi sono confrontato con tante persone e spesso su posizioni discordanti. Fino ad oggi ho sempre apprezzato la capacità delle persone di difendere i propri ragionamenti ma oggi, a fronte di un confronto con un ispettore, mi sono reso conto di come le persone difendano maggiormente la propria necessità di mantenere la ragione rispetto ai contenuti delle loro tesi.
Ho pensato a quante volte ho sentito persone modificare le proprie affermazioni, anche in maniera impercettibile per poter mantenere la ragione.
La foto non c'azzecca ma mi piaceva
Ecco che sono arrivato alla conclusione che per non aver ragione è necessario essere dotati di grande intelligenza. Perché avere la lucidità per capire che il nostro interlocutore ha ragione e l'umiltà per ammetterlo è difficile. Siamo talmente concentrati sul non perdere la ragione che non ci rendiamo conto di contraddire la nostra posizione. E' incredibile quante volte accada. Nessuno è più disposto ad affermare di non aver ragione, si arriva per approssimazioni successive ad un compromesso. Per esempio, se io sostengo che la terra è piatta e il mio interlocutore sostiene che è tonda, arriveremo progressivamente ad essere d'accordo sul fatto che sia effettivamente ovale sorprendendoci di come stessimo dicendo entrambi la stessa cosa. Quante volte ho sentito discussioni chiudersi con un “stavamo dicendo la stessa cosa e non ce ne siamo accorti (grassa risata di sollievo per non aver perso la ragione da parte di entrambi)”.
Non è vero, adesso diciamo la stessa cosa perchè non riusciamo a tollerare l'idea di non aver ragione e piuttosto cambiamo piano piano idea. Questo quando non ci rifugiamo in un'ottusa sordità e rifuggiamo qualsiasi confronto, tanto abbiamo ragione.
Bene, riprendendo il filo, bisogna essere molto intelligenti per avere la lucidità di capire che non si ha ragione mentre tutto il nostro cervello è impegnato per non perderla, la ragione. Mentre ogni singolo neurone lotta strenuamente per avere ragione non è facile rendersi conto che non si ha ragione, specialmente nella concitazione di una discussione.
Ma perchè tutto questo? Perchè adesso che ci penso, a mente fredda, coi neuroni disponibili, posso dire che avevo torto, cazzo. Fortuna che l'ispettore non se ne è accorto.

giovedì 1 marzo 2012

Due lezioni dallo sport


In questi giorni sono stato in contatto con gente che fa sport a livello professionistico. Con loro ho avuto modo di parlare di lavoro in team e di chiarirmi molto le cose.
Molte volte le aziende hanno “pescato” dagli ambienti sportivi dei testimonial per affrontare temi di carattere organizzativo.
Ma cosa può seriamente insegnarci lo sport? O meglio, lo sport può realmente insegnarci qualcosa?
Secondo me sì e in queste settimane l'ho capito meglio.
Ci sono due concetti di cui molte aziende riempiono le loro carte dei valori o tentano di far passare come elementi distintivi della cultura organizzativa ma che difficilmente si sostanzia.
Il primo è quello di obiettivo. Molte aziende ormai si definiscono aziende tese verso l'obiettivo e affermano di lavorare per obiettivi. Però sappiamo che l'essere umano si trova meglio nei successi che negli insuccessi e che gli obiettivi hanno maggior valore se hanno a che fare con premi economici.
Ecco, nello sport non è così. Gli obiettivi sono sempre sfidanti e chi fa sport non vince tornei e competizioni per soldi, lo fa per centrare l'obiettivo. Quando comincia a farlo per soldi in genere comincia a vincere un po' meno. Quindi il mondo dello sport può insegnarci a perseguire i nostri obiettivi a prescindere dagli aspetti economici, solo per gusto di eccellenza. Ne vale la pena? Io credo di sì, credo che lavorare sulla nostra reale abitudine a perseguire obiettivi sfidanti sia molto importante.
Altro aspetto è quello del lavoro in team. Il mondo dello sport lavora sempre in team e lo fa sul serio. Molte volte, nella mia minima esperienza in azienda, ho sentito confondere un lavoro in sequenza con un lavoro in team. Mi spiego, se ci riesco. Se a monte del mio lavoro c'è quello di un collega e, a mia volta, il mio lavoro serve ad un altro collega questo non è un lavoro in team, è una sequenza di attività e basta. Il fatto che l'ufficio preventivi comunichi all'ufficio acquisti alcune nuove condizioni che ha stabilito con un fornitore non è lavorare in team, è circolazione delle informazioni. Se invece l'ufficio preventivi, in sede di preventivazione, coinvolge l'ufficio acquisti nella discussione con un fornitore e magari coinvolgono anche l'ufficio progettazione per farsi avvallare una modifica tecnica, ecco, in questo caso assomiglia di più ad un lavoro in team.
A mio modo di vedere uno degli sport che meglio fotografa la reale definizione del lavoro in team è la pallavolo, dove l'interazione fra i vari atleti è obbligata, dove ci sono specializzazioni ma dove c'è anche la capacità di inserirsi al posto di un compagno fuori posto o in difficoltà.

Ok, forse mi sono un po' incasinato, proviamo a ricapitolare. Dallo sport, in questi ultimi giorni, ho imparato che gli obiettivi ci sono e non vanno modificati per essere raggiunti, vanno conquistati. Nessun atleta parte per la finale dei cento metri e, dopo cinquanta metri, pensa “Ok, Bolt è troppo veloce, argento è perfetto lo stesso”. Magari alla fine sarà comunque soddisfatto ma correrà comunque per raggiungere Bolt.
Ho anche imparato che il fatto che un lavoro sia fatto da due o più persone non vuol dire che sia un lavoro di squadra. L'interazione, lo sviluppo ed il supporto reciproco, lo stimolo continuo e la condivisione fanno un lavoro in team.

domenica 26 febbraio 2012

L'arte di non saper invecchiare?

Già lo scorso anno mi ero reso conto di quanto suonasse ridicola l'espressione "giovane trentatreenne" e quest'anno, giunto a 34, mi sento un personaggio sfigato di un film anni ottanta se mi associo l'aggettivo giovane. Però un po' mi ci sento, giovane. Nonostante le quasi due figlie, quasi cinque anni di matrimonio e tutto il resto. Forse perché la mia è la generazione degli eterni figli, quelli che per i genitori non cresceranno mai. Invece, prima o dopo, capitano, i segnali arrivano. I tre episodi che ti fanno capire che non lo sei più, giovane. Puoi mentire a te stesso quanto vuoi, puoi accusare dei dolori alla schiena uno sforzo improvviso, puoi accusare il cambio di stagione della tua stanchezza. Puoi, però prima o poi capita. Primo episodio. Personalmente mi è capitato ben due volte. Sei a bordo campo, distratto, ti giunge un pallone e senti la voce squillante di un under venti che dice "signore, SCUSI, palla". Ecco, se anche quando siete in pantaloncini e prossimi all'attività fisica si rivolgono a voi dandovi del lei è un segnale. Mi è capitato due volte, una al mare da parte di due ragazzini (e questo rende più lieve la ferita) ed una al calcetto. Secondo episodio. Questo è fresco, mi è accaduto questa sera ed è il motivo scatenante del post. Pizzeria d'asporto. Cassiera under venti che prende le pizze e dice al pizzaiolo/padrone "di chi sono?". "del ragazzo", dice lui. Lei guarda la sala e non trova nessun ragazzo. Il pizzaiolo mi indica e lei dice "ah, sono del signore". Ecco, se agli occhi dei nuovi giovani voi non apparite come giovane, nonostante l'abbigliamento giovanile e gli sforzi, allora è un altro segnale. Il terzo e ultimo episodio, che ancora non mi è capitato, si verifica quando vi cedono il posto su un mezzo pubblico. Non prendo autobus da dieci anni e treni da sette, ecco come mi aggrappo alla gioventù. Portate pazienza, vengo da una serata in cui pensavo solo a godermi la mia pizza in casa e mi è andata di traverso. Uffa.

martedì 21 febbraio 2012

Gaia e i segreti svelati alla sorella


Di nuovo sul divano, di nuovo avvolto dal nulla tipico del mio riposo serale. In realtà sono assorto a guardare Gaia.
Ad un certo punto si volta verso di me e mi inchioda con lo sguardo.
“Babba, ho pensato ad una cosa per la piccolina”.
N: “Immagino qualcosa di bello”, da qualche tempo faccio caso a come si comporta con i suoi bambolotti e non sempre è cortese.
G: “Allora, cosa ti credi. Certo, ho pensato ad una cosa. Ho pensato che voglio insegnarle che non è vero che l'importante nella vita non è partecipare”
N: “Non è neppure vincere, tesoro mio”, la interrompo convinto di poterle finalmente dare una lezione di vita, già pregusto il suo hai ragione babba, grazie.
G: “Certo, l'importante non è vincere, è ritirare il premio.”
N: “Ah... questa me la devi spiegare”.
G: “Certo. Dunque, tempo fa ho letto quella roba dell'importante non è vincere ma partecipare. Lì per lì mi è sembrata sensata. Poi però tutti commentavano che non è un dramma perdere una finale, per esempio, perché l'importante è partecipare. Secondo me questa seconda parte è sottovalutata. Il tizio che l'ha detta”
N: “Pierre de Cubertin”, grazie iPad che mi hai permesso di anticipare mia figlia e di scriverlo bene.
G: “Dicevo, il tipo che l'ha detto, quando l'ha detto, parlava delle Olimpiadi. E per forza l'importante è partecipare, arrivare alle Olimpiadi è già aver vinto, hai già ritirato il premio. Io non voglio che la piccolina cresca convinta che basti iscriversi alla vita per essere felici. No, serve ritirare il premio, serve arrivare in cima. Non basta essere nati, non basta partecipare. Ci devi arrivare, a partecipare”.
N: “Mi piace, hai ragione. Però non tutti possono ritirare il premio. Rischi che poi ci resti male”.
G: “Quello che intendi tu no, però io posso insegnarle a darsi dei traguardi, posso insegnarle ad essere superiore alle corse degli altri e a correre solo contro sé stessa. Posso insegnarle a darsi un obiettivo e a ritirare il premio. Non importa cosa faranno gli altri, lei potrà vincere sempre.”
N: “Beh, così è troppo facile, uno si assegna un obiettivo lo centra e poi si complimenta da solo”.
G: “E' per questo che le insegnerò a darsi gli obiettivi. Le insegnerò a cercare di migliorarsi sempre. Fidati, sarà sempre meglio che insegnarle che l'importante è esserci. Le insegnerò che l'importante è esserci se significa qualcosa, se arriverà alla finale delle sfide della sua vita allora l'importante sarà esserci. Voglio che impari che perdere è una lezione e non che perdere non è nulla perchè tanto partecipa e quindi vincono tutti. Dovrà migliorarsi, dovrà godersi ogni premio che ritira e dovrà godere ancora di più per ogni fallimento perchè le permetterà di alzare l'asticella la volta successiva. Fidati, farò di lei una bimba eccezionale”.
N: “Un po' mi spaventi, ma vorrei avere la capacità di trasmetterti le stesse cose, la stessa passione per la vita”.
G: “Grazie mille, non sei per niente male come babba.”

giovedì 9 febbraio 2012

Gaia e la bussola per essere felici


Finita un'altra giornata di lotta contro la neve, comincio a pensare che la neve sia il mio arci-rivale... Svaccato sul divano come una megattera obesa dopo le nozze della cugina sento una vocina che mi fa: “Tu con l'arrivo della sorellina come pensi di gestirti?”
Rispondo cercando con lo sguardo un qualche aiuto, anche dai Teletubbies o dai Bubble Guppies “Cosa intendi amore mio?”
G: “Intendo che quando saremo due piccoline ci sarà molto da fare e che dovrai partire subito a crescerci bene”.
N: “Certo, certo”, balbetto ancora frastornato.
G: “Sai, io ci tengo alla piccolina, non voglio che cresca male ma io non posso insegnarle tutto, mi devi aiutare”, il tono di voce è un po' piccato ma è sincera.
N: “Beh, hai ragione. Il mio intento è sempre quello di lasciarvi la possibilità di esprimervi, di darvi dei valori, di spiegarvi cosa è bene e cosa è male e poi lasciarvi la possibilità di scoprire il mondo, stando un passo indietro per impedirvi di cadere”.
G: “Credo tu volessi dire per impedire di farci male, non per impedirci di cadere”.
N: “Ehmm, sì, suona decisamente meglio”.
G: “E quali sono i valori che pensi di trasmetterci?”
N: “Oh cazzo”.
G: “Cosa?”
N: “Niente, dicevo che ti rispondo a razzo”.
G: “Ah, non avevo capito”.
N: “Credo che vi insegnerò il rispetto, l'ascolto, a distinguere il bene dal male, cose del genere”, ok mi rendo conto che sto prendendo tempo.
G: “Hmmm, non ci siamo”.
N: “Il mio scopo è di darvi una bussola con la quale orientare le vostre scelte”. Giuro, su questa frase pensavo di aver fatto bingo. Nella mia vita molto spesso frasi ad effetto mi sono venute in soccorso. Questa volta, evidentemente, no.
G: ”Perché invece non ci insegni ad essere egoiste? A volere solo il nostro bene e la nostra felicità? ”
N: “Certamente, io voglio la vostra felicità e voglio che facciate ogni scelta pensando ad essere felici, sempre. Però voglio darvi i valori per farlo, la famosa bussola”.
A questo punto prende l'iPad e comincia a scrivere. Dopo due minuti se ne esce di nuovo: “ma tu sai cos'è una bussola?”
N: “Certo, è uno strumento che ti indica la strada giusta, che ti dice dove andare”.
G: “E tu pensi che ci serva questo?”
N: “Credo che per voi sia importante sapere in che direzione andare”.
G: “Ma la bussola non ti dice come andarci”.
Oddio, sento che mi ha incastrato, di nuovo.
G: “Non insegnarci dov'è la felicità, insegnaci come dobbiamo fare per arrivarci. Non mettere dei paletti, traccia delle strade. Aiutaci a scoprire cosa ci rende felici e come abbiamo fatto ad arrivarci, in modo che possiamo rifarlo. Se ci spieghi sempre e solo la differenza fra bene e male, estremizzo, come faremo a scegliere il bene quando ci sbatteremo contro?”
N: “Ma io penso che voi dobbiate fare le vostre scelte liberamente, che dobbiate commettere i vostri errori liberamente”.
G: “Perché? La tua è una generazione che è cresciuta con la paura di non essere libera. I nonni avevano paura di essere troppo protettivi, di togliervi spazi. Perchè dovrebbe essere un problema se ci mostri la strada che ci rende felici? Lascia che siamo noi a capire cosa ci rende felici ma tu accompagnaci fino a quando non avremo capito. Tu hai imparato a insegnare tante cose, hai scoperto come comunicare in modo efficace, in modo che tutti afferrino il concetto. Io per me e per la sorellina vorrei che tu non ci spiegassi dov'è la felicità ma che ci accompagnassi, non mi dare le istruzioni per costruire la mia felicità, costruiamola assieme, così quando dovremo farlo da sole non ci perderemo, non sbaglieremo”.
Detto questo sorride. Ha visto che forse ho capito, anche se stasera prima di dormire ne voglio parlare con Giulia per capire se ho inteso bene. Mi corre incontro e allarga le braccia, è ancora ora di andare a letto. Si butta al mio collo e crolla prima però mi dice "Lo sai che abbiamo rivelato il nome della sorellina in questo dialogo, chissà chi se ne accorge..."

mercoledì 1 febbraio 2012

Obiettivi e benefici


Eccoci, mese nuovo e nuovo primo post del mese. Ok, devo scaldare le dita, ancora poche parole di introduzione insensata. Questa roba dello scaldare le dita l'ho imparata ad un corso di fotografia.
Veniamo a noi. L'altro giorno ho letto un'intervista che mi ha lasciato Giulia....in bagno.
Bene, la riflessione che mi è venuta, in auto, non in bagno, riguarda gli obiettivi.
Ognuno di noi, in ogni momento della vita, si sceglie degli obiettivi, dei traguardi. Si fa ad inizio anno, dopo il primo mese si fa un po' di tuning, poi c'è lo slancio primaverile, i buoni propositi delle vacanze e lo sprint di fine anno. In ogni modo gli obiettivi sono al centro della nostra vita. Credo che gli anni novanta abbiano portato questa mentalità per obiettivi.
Fra l'altro io ci sono cascato in pieno, passo i giorni fino al martedì a definire traguardi, mercoledì e giovedì ci provo, venerdì negozio con me stesso altri obiettivi, sabato e domenica bilanci.
Comunque, sto divagando. Una delle esperienze che più mi ha aiutato a definire i miei obiettivi è stata quella con i ragazzi di SixSeconds. Con loro ho cominciato a ragionare di obiettivi eccellenti, di cercare quello che è veramente importante.
Ecco, l'altro giorno ho cominciato a ragionare della differenza fra obiettivi e benefici. Ovvero, l'obiettivo che decido di perseguire quale beneficio mi dovrebbe portare? Perchè mi pongo un certo obiettivo, quale beneficio credo che possa portare alla mia vita.
Ragionando mi sono reso conto che non bisogna confondere gli uni con gli altri. Per un semplice motivo, se penso a quale beneficio intendo portare alla mia vita allora mi si apre la possibilità di definire molti obiettivi. I traguardi servono per l'operatività ma sono i benefici che dobbiamo indagare e capire bene. Se voglio stare meglio posso darmi come obiettivo di correre di più, di mangiare meglio, di perdere peso. Posso anche fallire in uno di questi obiettivi ma mantenere la mia pulsione verso il beneficio, trovando un altro modo per raggiungerlo.
Certo, mancare un obiettivo resta una delusione che bisogna gestire ma non riuscire a raggiungere un traguardo potrebbe non essere così drammatico, forse abbiamo solo scelto il modo sbagliato per appagare un nostro bisogno, per trovare un beneficio.
Ora, molti già hanno chiara questa distinzione, individuano obiettivi alti e li declinano in operatività. Per me invece tenere distinte le due cose, anche a livello di termini, è importante. Capire bene quali benefici portare alla mia vita e poi definire degli obiettivi sui quali lavorare è importante, mi aiuta a capire cosa è veramente motivante per me e cosa, invece, è solo contorno.

lunedì 23 gennaio 2012

La solitudine delle HR


Stimolato dall'amico Demonio Pellegrino ho deciso di scrivere un post sulle HR.
Lui qualche giorno fa ha espresso la volontà di scrivere un post su come le persone percepiscono le risorse umane e io ho deciso di scrivere della mia percezione da esponente delle HR.
Magari poi glielo giro, lui mi risponde, io gli rispondo e in un attimo diventiamo materiale per Zelig.
Comunque, il primo giorno che inizi a lavorare come facente parte del gruppo delle risorse umane capisci che farai una vita di solitudine.
Lo capisci quando vai a prenderti il primo caffè e i colleghi ti parlano dei problemi dell'azienda come se tu fossi colui che può risolverli o che può comunque portarli all'orecchio di chi può risolverli. E capisci subito che, non potendo risolvere un cazzo, diventerai presto Giuda e che in tua presenza nessuno si lamenterà mai più, tu sei l'orecchio della proprietà.
Questo non sarebbe neppure un male, il fatto è che tu non potrai mai lamentarti dell'azienda. Chi opera nelle risorse umane, dato che gode di tutti i benefici di cui gli altri non godono, non può lamentarsi dell'azienda. Se lo fa mostra il fianco al resto dei colleghi: “lo dice anche quello delle risorse umane che la mensa fa schifo”, “lo dice anche quello del personale che il caffè è cattivo e costa troppo”, “ho sentito quello delle HR lamentarsi dell'orario poco flessibile”.
Come se fare risorse umane centrasse con tutto questo. Per la cronaca: la mensa e chi riempie le macchinette del caffè sono roba da ufficio acquisti e l'orario flessibile lo decide la proprietà.
Quindi caffè da solo, sempre e in silenzio, mai farsi sentire che ci si lamenti. Poi, se fai abbastanza bene il tuo lavoro (o almeno come mi hanno chiesto di interpretarlo), la gente viene da te e si lamenta di tutto, ti riempie le giornate di questioni, sei il luogo dove tutti vanno a sfogarsi. Poi arriva fine giornata, ti guardi attorno e il più delle volte a te non resta che sfogarti con qualcosa da mangiare o con uno degli oggetti che popolano la scrivania delle risorse umane (chi ha lavorato con me ha ben chiaro il numero di oggetti che occupavano spazio sul mio tavolo).
C'è da dire che è appagante partecipare alla riunioni. Far parte del gruppo HR significa far parte dell'elite dell'azienda quel gruppo ristretto che si riunisce settimanalmente per decidere del futuro dell'azienda. Bello, per carità, in genere passi le ore a far la figura di quello che non capisce il business e vuole solo ostacolare la corsa dell'azienda coi suoi cavilli contrattuali. Tecnicamente non capisci nulla e in più fai di tutto per impedire agli altri di generare profitto, il più delle volte sollevando questioni inutili. Tanto loro, i manager, hanno già parlato con la persona che non ha nessun problema a fare un turno di 24 ore e ad essere pagata in nero su un conto alle isole Caymann. Ah, dimenticavo, noi delle risorse umane siamo un costo. C'è da dire che l'aumentare della sensibilità sul tema sicurezza ha creato una figura che vive il nostro stesso disagio e a cui ci sentiamo affini: l' RSSP. Grazie di esistere.

Proseguo: se per il corridoio saluti qualcuno col quale leghi di più rovini la tua e la sua vita: “hai visto che quello delle HR prende il caffè con quello delle saldature? Chissà quanto prende adesso quello delle saldature, se le sceglie bene le amicizie”.
Una precisione: se per caso qualcuno entra nelle simpatie di uno delle HR e quello delle HR è una persona seria, questo qualcuno è quello che lo piglia più in quel posto di tutti, pagando lo scotto dell'amicizia. Chiedo scusa a quei quattro amici che mi son fatto al lavoro per la vita che hanno dovuto passare.
Ecco, veniamo al mio momento preferito: le retribuzioni. Ogni anno si discute delle retribuzioni e la frase è sempre “guardate, io vi avrei premiati tutti ma dalle HR mi hanno detto di stringere”.
In genere non succede così, succede più facilmente che le HR dicano “ci sono motivi per i quali Tizio son tre anni che non prende nulla (in genere sta sul cazzo al capo)? Mi pare abbia dei riscontri positivi, non ritieni giusto dargli un segnale?”. Quindi lotta serrata per fare in modo che tutti siano equilibrati. E non sapete che lotta, c'è gente che non ha idea di quanto valga il denaro che vuole darvi.
Poi, terminato tutto il giro, arriva il tuo capo che ti guarda e ti dice “sai com'è andata quest'anno, TU CI SEI DENTRO, era giusto incentivare Tizio, tenere sul pezzo Caio. Se vuoi ci sono due briciole ma facciamo così, il prossimo anno partiamo da te e le due briciole le accantoniamo per la formazione che so che c'è un corso che cerchi di pianificare da due anni”. Che culo, ci faccio benzina e la spesa col corso di formazione che voglio organizzare da due anni.
E la cosa assurda è che tutti pensano “guarda che culo quello delle HR, lui è l'unico che può trattare il suo aumento perché conosce i meccanismi”. Invece no, a te tocca invece essere felice. Parentesi, non sapete quante volte ho fatto incazzare la gente dando loro gli aumenti. La gente non riesce ad immaginare il lavoro che c'è dietro a quei 100/200 euro che gli stiamo dando. Ah, dimenticavo, i veri manager ragionano così: se c'è da dire a qualcuno che l'aumento promesso da loro senza alcun confronto è saltato, lo fai tu; se c'è da dare un aumento trovano sempre il tempo di fare la parata.
No, dai, a parte gli scherzi, occuparsi di HR è divertente. Intanto puoi partecipare ai corsi di formazione. Certo, spesso capita che il docente dica “guarda, gli altri ti vivrebbero come un controllore, mi mandi a puttane il setting d'aula, come faccio a fare il contratto psicologico. Magari fai un salto per il caffè a metà mattina”.
Ah, già il caffè. Ne ho già parlato prima, quando ho detto che le HR bevono il caffè da sole, sempre. In più hanno anche il potere di svuotare le salette caffè: tu entri e venti persone se ne vanno. Le prime volte pensi ad un problema di igiene personale poi capisci.
In compenso in mensa ti puoi rifare, c'è sempre un posto vuoto lontano dagli altri. Gli unici che si siedono con te sono i tuoi colleghi d'ufficio (e spera che siano simpatici) oppure chi ha bisogno di qualcosa. In genere viene verso di te col fare di chi ha capito la tua solitudine, ti sorride, apre le braccia e si siede. Se è molto bravo non ti chiede nulla, verrà da te nel tardo pomeriggio, se non è così smaliziato ti sotto porrà il problema fra un'insalata e un mandarino.
Infine, mentre voi fate cene, pranzi, tornei di calcio, calcetto, scopone, pesca e biglie da spiaggia noi siamo a casa, noi partecipiamo solo agli eventi ufficiali, per evitare di fare figli e figliastri. Alle cene ufficiali in genere ti tocca il tavolo con vecchie cariatidi che parlano di com'era il mondo quarant'anni prima mentre i tuoi ex compagni di liceo che non si occupano di risorse umane sono impegnati in un trenino, bevono come spugne oppure sono in disparte con la tipa dell'ufficio acquisti (in genere nell'ufficio acquisti c'è sempre una tipa molto carina).

Lasciamo perdere il discorso colloqui dove tutti sono convinti che tu chieda favori sessuali a tutte le candidate, poco importa se fai colloqui a 174 ingegneri uomini ogni anno e ti capita di vedere una ragazza solo quando cerchi la segretaria del Direttore Generale, che per l'occasione presidia pure il primo colloquio.
Ecco, quindi occuparsi di risorse umane non è un mestiere fatto di privilegi, ha beghe, guai e casini come tutti gli altri lavori. Soltanto, ogni tanto, siamo molto soli.