Cosekeso?

Ciao, questo è il mio blog, il blog nel quale ogni tanto svuoto la mia testa dai vari elementi che la riempiono.
Non c'è quasi nulla di originale, i miei pensieri sono rivisitazioni o rielaborazioni di quello che l'ambiente mi insegna e propone.

Se leggerai qualcosa "buona lettura", se non leggerai nulla "buona giornata"

ATTENZIONE: contiene opinioni altamente personali e variabili

giovedì 26 luglio 2012

I FalseFriend dei bambini

Per la rubrica "prova tu a capire le tue figlie anzichè imporre a loro il tuo linguaggio" ecco una nuova pillola: Gaia ha cominciato a prendere in mano i giochi e a dire il fastidioso "è mio". E' quella fase che ogni genitore odia, tutti noi, quando siamo insieme agli amici e ai loro figli rimaniamo segretamente (o anche non segretamente) delusi quando nostro figlio o nostra figlia (da adesso userò solo l'opzione femminile, dato che ho due splendide bimbe) si lancia su un gioco, specialmente se non è suo, e comincia l'odiato "è mio".
Ogni genitore vorrebbe il rispetto della proprietà altrui da parte dei propri figli. Potrei fermarmi qui, è chiaro a tutti quanto le premesse dell'atteggiamento del genitore siano una colossale puttanata. Cioè, questa fase arriva poco prima dei due anni e al genitore infastidisce perchè il figlio non rispetta l'altrui proprietà. Cazzo, potrei essere deluso da Gaia e Bianca perchè non stanno mettendo da parte i soldi per la pensione, già che ci sono.
Il fatto che questa cosa faccia incazzare ogni genitore lo si percepisce da come brillano gli occhi al genitore del compagno di giochi quando ci dice "non c'è nessun problema, lascia pure che giochi".
Il gusto che ognuno di noi prova nel dire questa frase verso un altro genitore è indice di quanto ci dispiaccia quando nostra figlia si avventa sui giochi ignorando le più semplici regole sul possesso.
L'apoteosi si ha quando il genitore tronfio dichiara "sai, il mio Luigino Maria ha già iniziato con l'asilo, è abituato a giocare con gli altri".
Avevo scordato una premessa. Quando diventerete genitori, se già non lo siete, diventerete competitivi. Lo so, è sbagliato, ma nella migliore delle ipotesi vi limiterete a dei confronti.
Quando lo farete abbiate almeno il buon senso di non confrontare vostra figlia con chi ha anche solo una settimana in più o in meno, di non parlare di percentili di crescita e di confrontare lo sviluppo socio/psico/cognitivo e motorio di vostra figlia con quello della sorella maggiore, minore o gemella che sia.
Io vivo serenamente questo aspetto per due motivi: Gaia e Bianca sono due essere speciali.




























Lunga pausa per farvi accettare la cosa. Fa male ma è così, le mie figlie sono incredibili, anche solo per il fatto che sopravvivono ad un babbo come me.Cioè, non è facile giocare con un condor alle spalle che sorride per ogni cosa che fate e che quando giocate cerca di capire cosa provate.
Quindi, quando vostra figlia cede spontaneamente un gioco mentre il figlio del vicino dell'ombrellone urla "EEEEEEE' MIIIIIOOOOOOO" voi un po' godete.
Bene, Gaia è nella fase "è mio". Però l'altro giorno ho capito una cosa: fino a quando non sarà cognitivamente in grado di parlare la mia lingua non devo interpretare quello che dice secondo il mio codice. "E' mio" è un false friend. Cosa è successo: mentre Bianca era sulla sdraietta Gaia le si avvicinava con una palla e ripeteva "è mio palla, è mio palla, è mio palla", ha posato la palla sulla sorella e ha continuato con "è mio". A quel punto ho ripensato a quando ho sentito Gaia dire è mio: lei non sottolinea un possesso, sottolinea un utilizzo. Lei non vuole dire "è mio e te non ci giochi, cazzo", vuol dire "in questo momento lo uso io, se non ti dispiace" e infatti non toglie mai giochi ai bimbi (quasi) ma ribadisce "è mio" (anche se non lo è) quando glieli portano via mentre li usa.
Ok, basta, poi mi vengono in mente tutti i danni che possono crescendo i figli con l'apprensione che facciano qualcosa di sbagliato. Adesso voglio concentrarmi e crescere B&G con l'ansia che possano fare sempre bene. Se non sbagliano mai è pericolosissimo. Quindi adesso manifesterò disappunto se fanno bene e soddisfazione se sbaglieranno.

Precisazione alla luce di alcune osservazioni pervenute in redazione.
Credo che essere competitivi possa essere molto utile nella vita, specialmente se si capisce cosa significa esserlo in modo sportivo. Sono cresciuto praticando uno sport individuale, dove vincevo (pochissimo) e perdevo (molto spesso) da solo.
Quindi insegnerò alle mie bambine ad essere competitive. Però non saranno mai un mezzo per la mia competitività. Non sono una racchetta. Il genitore che dice "Mia figlia già cammina" e giustifica la sua soddisfazione eccessiva dicendo che un po' di sana competizione non fa male non capisce la differenza fra usare il proprio figlio come uno strumento sportivo o farlo competere.
Aggiungo un'altra nota: io non ricordo nessuna delle tappe significative dello sviluppo di Gaia quindi non chiedetemi se Bianca ha fatto prima o ci ha messo di più, ci ha messo il suo tempo, sempre, così come la sorella. Erano perfettamente in tempo con loro stesse, molto spesso sono state più veloci di loro stesse.

martedì 24 luglio 2012

Dal latino la risposta ai miei dubbi paterni


Ok, lo ammetto, da quando sono diventato genitore ascolto i consigli di tutti. Poi faccio come credo, però ascolto. Nel mio grande ascoltare son finito anche a guardare “SOS tata” e, dopo i primi minuti di deliro, mi sono concentrato per estraniare le vicende e raccogliere dei consigli.
Adesso due episodi.
Dieci giorni fa sono riuscito a passare un paio d'ore al mare con Gaia e Bianca. Bianca stesa sul lettino a ridere, Gaia ed io a giocare con la sabbia. Io costruivo torri di sabbia e lei le distruggeva. Io non capivo, ho provato a dirle che non si gioca così ma lei è andata avanti imperterrita.
Oggi pomeriggio mi son messo in salotto e ho costruito una cucina per Gaia. Ho usato una scatola di cartone, un tappetino di un mouse, dell'ondulato plastico colorato, del nastro americano e della colla a caldo. Il risultato è stato pessimo, ho perso la manualità e la creatività che avevo all'asilo.
Però Gaia ha cominciato subito a giocarci, prima salendoci sopra e poi colorando quello che nei miei progetti era lo sportello per il forno. Si divertiva, anche se non giocava correttamente.
Bene, qualche minuto fa ero intento a farmi gli affari miei quando un tipo mai visto e mai conosciuto mi ha detto come fare meglio il mio lavoro. Dentro me ho pensato che lui non era nella condizione di insegnare il lavoro a me e mi sono illuminato........
CON QUALE ARROGANZA HO PENSATO DI INSEGNARE AD UN BAMBIMO COME SI GIOCA?!?!?!??!?!!??!?!
Certo che noi adulti siamo curiosi. Ci mettiamo a giocare coi bambini e pretendiamo pure che loro ubbidiscano alle nostre regole e si divertano facendo quello che noi riteniamo corretto. Magari fra qualche anno Gaia metterà in file 50 torri di sabbia e si incazzerà con Bianca che le distrugge ma per lei, adesso, il gioco è distruggerle. Allora ho provato a chiedermi lo scopo dei due giochi. Mi son detto “se riesco a dimostrare a me stesso che era importante che i giochi fossero fatti in un certo modo, allora giustifico tutto, se riesco a dire a me stesso che servivano per la loro educazione allora è fatta”.
Bene, terminata la frase mi son sentito idiota.
Mi è venuto in mente un consiglio di quella megera di tata Lucia (numero uno assoluto) che, come un'apparizione angelica, mi ha detto “Nicolò, idiota, adesso mi spieghi cosa vuol dire per te educare”.
Ho cincischiato un po' poi il latino delle superiori mi ha aiutato “educare, portar fuori”.
Cazzo, educare non vuol dire trasformare, cambiare, forgiare, plasmare. Educare vuol dire tirar fuori.
Bianca e Gaia non sono due pezzi d'argilla da modellare, sono due splendide farfalle da far uscire dal loro bozzolo. Sono già delle persone, non è compito mio farle diventare tali, compito mio è aiutare a tirar fuori quello che sono aiutandole a capire cosa è importante per loro.
Per voi è banale? Per me no, l'ho sempre saputo, l'ho voluto scrivere come promemoria.