Cosekeso?

Ciao, questo è il mio blog, il blog nel quale ogni tanto svuoto la mia testa dai vari elementi che la riempiono.
Non c'è quasi nulla di originale, i miei pensieri sono rivisitazioni o rielaborazioni di quello che l'ambiente mi insegna e propone.

Se leggerai qualcosa "buona lettura", se non leggerai nulla "buona giornata"

ATTENZIONE: contiene opinioni altamente personali e variabili

sabato 31 dicembre 2011

Ciao 2011, grazie.


Un post per salutare il 2011.
Il 2011 lo ricorderò come l'anno in cui sono riuscito a capire molte cose e ad essere quello che avrei dovuto e voluto essere da tempo.
I prossimi anni mi diranno anche se le scelte che ho fatto saranno state vincenti oppure no ma non importa.
Quest'anno sono stato coraggioso, coraggioso in ogni scelta che ho fatto, ho preso la mia vita e ho provato a fare qualcosa di più. Anni fa avevo imparato ad essere leggero e quest'anno sono riuscito a fare quel passo in più. Il momento era dei più sbagliati, ormai la gente non solo ha perso fiducia verso il futuro, non ci pensa proprio al futuro, pensa solo a oggi e adesso.
Invece ho voluto pensare al futuro, ho voluto pensare che per mia figlia sarebbe stato bellissimo avere una compagna di giochi quasi coetanea e adesso aspettiamo un'altra bimba. Sembrava impossibile avere figli al primo giro, figuriamoci al secondo. Però è lì che si prepara e io ho il cuore che mi scoppia all'idea di avere due piccoline per casa, che sono la mia vita.
Ho voluto pensare che per le mie figlie dovevo fare qualcosa di speciale, che non potevo tornare a casa tutte le sere consumato dal lavoro. Non potevo lasciare che fossero loro a tirarmi fuori dal nervoso, loro sono come gli alcolici: non si beve per essere felici, si beve per essere ancora più felici. Io non voglio più "usare" la mia famiglia per essere felice, la voglio usare per garle ancora più felicità, anche se so che loro ci sono anche per riprendermi quando mi perdo. Allora ho cambiato lavoro, due volte. Adesso lavoro di più, mi stanco di più ma quando sono a casa non ho più nulla in testa, ho solo voglia della mia famiglia. E poi nel tempo dovrei anche riuscire a recuperare molto tempo.
Ho deciso che non volevo più fare come un tempo che ne pensavo mille e ne facevo una, perchè mi mancava il coraggio. Sono andato fino in fondo in tutto e mi sono divertito, nelle sciocchezze come nei grandi progetti.
Nei prossimi anni vedremo cosa salterà fuori, per ora mi sento più pronto, più disposto ad accettare sfide, problemi e a godermi i successi.
Il 2012 spero che sia ancora coraggioso.

Auguro a tutti gli amici tutta la gioia possibile e l'avverarsi di ogni sogno, specialmente dei più piccoli, quelli che sembrano insignificanti.
Auguro a chi mi vuole male di vivere in salute a lungo in modo per poter vedere tutti i miei successi.

Infine auguro a Giulia di accontentarsi. Perchè non riuscirò mai a darle tutto quello che merita ma spero che le basti sempre quello che riesco a darle. Tantissimo Cookie. 

Baci sparsi.

mercoledì 28 dicembre 2011

Il talento secondo Gaia.


Sono appena tornato dal lavoro, per fare una sorpresa a Gaia salgo le scale al buoi. Sbircio dalla porta e lei è seduta sul tappeto col mio iPad che legge qualcosa.
N: “Ciao nanetta, tutto bene?”
Appena sente al mia voce si gira.
G: “Ciao, tutto benone, che bello che sei a casa”.
N: “Cosa fai di bello?”
G: “Una ricerca su internet, cercavo il significato di talento”.
N: “Ohilà, cosa hai scoperto?”
G: “Ho ritrovato le stesse cose che erano sui tuoi appunti su una conferenza che hai visto a Maggio. Cioè il talento è un'antica unità di misura, e lo sapevo; esiste la parabola dei Talenti,che non conosco; è un mezzo della Fiat, lo sapevo, l'ho visto una volta mentre ero sul seggiolino in auto; è un meccanismo di gioco di D&D e non non so cosa sia D&D, credo appartenga alla tua generazione; è un quartiere di Roma, bisogna che ci andiamo; e una categoria di spumante Italiano. Scoperto questo ho anche visto che il talento è l'inclinazione naturale di una persona a far bene una certa attività.”
N: “Credo che tu fossi interessata a questo. Mi sembra equilibrata e corretta, non trovi?”
G: “Mi pare manchi qualcosa. Sai che l'altro giorno ho visto uno speciale su un tipo che faceva piroette aggrappato a delle maniglione, tutto rosso di capelli”
N: “Ah, Juri Chechi, un grandissimo ginnasta, era il Signore degli Anelli”
G: “Bene, dicevo. Hanno intervistato un suo allenatore che ha detto che il talento è un dono ma essere campioni non è scontato”.
N: “Molto bella, giusto”.
G: “Bene, partendo da questo ho pensato che manca un pezzo alla definizione di talento. Io direi che il talento è l'inclinazione naturale di una persona a far bene una certa attività provando piacere nel farla”.
N: “Ci può stare, in effetti”.
G: “Io non trovo giusto dividere il talento dal piacere di esercitarlo. Cioè, se io fossi portata per suonare il pianoforte, mettiamo il caso, però non mi piacesse, dovrei chiamarlo talento?”

N: “Penso di sì”
G: “Non è che mi faccia piacere, secondo me il talento è tale solo se chi lo esercita prova piacere nel farlo, altrimenti è solo una predisposizione fisia o mentale. Il talento secondo me deve essere riempito dell'emozione dell'utilizzarlo, del fatto che chi ha talento si diverte nell'utilizzarlo. Il talento è quello di Ronaldo, quello vero, quello che io non ho mai visto giocare, che diceva che il calcio era gioia, non è quello di Ibraimovic che dice di non poterne più del calcio. Uno ha talento, l'altro ha una predisposizione. Poi, per tornare all'allenatore del ginnasta, Ibraimovic ha una gran determinazione ed è un campione, pur non avendo il talento di Ronaldo, al quale tutto riusciva più facile perchè si divertiva. Non so se mi sono spiegata.”
N: “Certo, quindi il talento si associa al piacere di farlo, poi se uno ha talento ma non lo coltiva non è detto sia un campione.”
G: “Bravo, hai capito. Però adesso ho bisogno di andare a nanna, sono stanca morta, ma a che ora sei tornato stasera? Dai mettimi il pigiama e riempimi di baci così faccio dei bei sogni”.
N: “Vieni che andiamo”.

venerdì 23 dicembre 2011

Talenti e bilanci.

Siamo verso la fine dell'anno, un anno folle, veloce, micidiale, duro e bellissimo. Chissà il prossimo. Stavo ripercorrendo le scelte che ho fatto, mi sono concesso errori molto grandi e significa che ho preso decisioni importanti. Sono stato abbastanza hungry e sicuramente molto foolish. Vedremo se questo sarà vincente, per il momento è divertente. Ma non è di questo che volevo parlare. Volevo fare una riflessione su come giudicate la qualità della vostra vita, quello che fate. Io ho sempre trovato ridicoli quelli che dicono "io sono la persona più severa con me stessa". Cosa significa. Voi vi fermate mai a pensare a come procede la vostra vita? Abbiamo i giorni contati e dare senso ad ogni giorno è importante. Mamma mia se son banale. A me l'arrivo di Gaia e il prossimo arrivo di Zip (non avrete creduto che vi rivelassi il nome in un post) mi hanno tolto un po' di ansia verso il futuro. Vedo in lei la prosecuzione, la continuità (o signur poverina). Ma ho divagato di nuovo. Torniamo alla domanda: come giudicate la vostra vita? Ogni tanto usa fare dei bilanci della propria vita. Bene, il bilancio è composto da voci diverse, ci sono parametri da valutare, stato patrimoniale, conto economico, nota integrativa (ho studiato....). Invece quando si fanno dei bilanci sulla propria vita per lo più ci si limita a dei "tutto ok, son felice" oppure "devo allentare un po', devo cercare di dedicare più tempo a me stesso". In genere sono poco più che banalità, se siamo virtuosi ci incitiamo a cercare il meglio. Ecco alcuni parametri che uso io, o almeno che uso quando non ho paura di confrontarmi serenamente con i risultati. Intanto mi chiedo come sto fisicamente, il mio fisico è specchio più sincero di me sul mio stato, colpi di tosse, raffreddore, peso, mal di schiena, mal di testa, stanchezza, tutti segnali di come procede la mia vita, sono spie. Poi mi chiedo cosa sto usando per vivere, se sto usando le parti di me che mi piacciono, se sfrutto quello che so fare. Tradotto: sto usando i miei talenti? I miei talenti sono ciò che mi rende unico, sfruttarli e cavalcarli è la mia cifra, ciò che mi distingue e mi fa star bene. Poi guardo un po' di risultati, cerco di capire quali benefici sto ottenendo dal vivere in un certo modo. L'obiettivo è chiaramente la consapevolezza, sapere cosa sto facendo, come e cosa mi porta. Ovvio prima bisogna aver chiari i propri talenti, fare bene il punto della situazione sulle proprie capacità. Come fare? Beh, è facile, pensate a cosa stavate facendo l'ultima volta che avete ottenuto un successo e vi siete sentiti esaltati, probabilmente stavate usando un vostro talento. Il talento vi esalta perché non è solo un mezzo per ottenere un successo. Quando state usando il vostro talento vi sentite unici, vi sentite di essere eccezionali e diversi dagli altri. Non tutti i vostri successi hanno a che fare con il vostro talento ma quelli che dipendono dal vostro talento li riconoscete perché siete voi nel massimo della vostra onnipotenza, se ci pensate vi viene in mente qualcosa. Ecco, partiamo così, individuate i vostri talenti e metteteli in cima al vostro tempo.....
Dedicate la vostra vita a cavalcare quello che vi esalta, fatelo in ogni campo, ogni minuto della vostra vita, vi sentirete pieni. Poi, quiando ogni fine anno farete il bilancio ne sarà valsa la pena.
Questa roba dei talenti mi ispira, prossimamante la approfondisco.

martedì 20 dicembre 2011

La mia barba

È ufficiale, la mia barba non è mai stata così lunga. Potrei legarla, a fatica ma potrei. La gente comincia a notarla. Porto il pizzetto dal 1996, inizio di primavera. Me lo feci "crescere" in Germania durante lo scambio di classi con il liceo Hans Purrman di Speyer. Ricordo di aver notato che i 4 peli che avevo in faccia erano più di 4 e decisi di tenerli. Da allora, fatta eccezione per un errore di calcolo alcuni anni fa, non sono mai rimasto senza. Più di recente sono arrivati i baffi, forse la parte che preferisco. Purtroppo le radici dei peli sulla mia guancia destra non sono dritte e quindi la barba mi cresce a vortice. Questo mi ha sempre impedito di avere quelle barbe coreografiche, cortissime come l'erba di Wimbledon. Io sono meno rifinito. Da quando ho cominciato a lavorare la barba è stata un problema ed un'arma. Un problema perché, nonostante sia curata, la barba non è mai vista di buon occhio. Un paio di anni fa il commercialista algerino di un'azienda mi invitò a tagliarla. Mi disse che non era bene tenerla. Non ho capito bene, lui parlava solo francese. Però è anche un'arma, soprattutto qualche hanno fa mi ha conferito una certa credibilità. Da pischello mi son ritrovato a discutere per via del mio ruolo e la barba mi dava qualche anno in più. A me piace la mia barba, mi piace cambiarla e giocarci, mi piace farmi la barba con pennello, sapone e lametta,rendermi tempo. Non sono uno di quelli da barba tutti i giorni ancora assonnato. Insomma, non la tengo per pigrizia. Anche adesso che cresce ho un obiettivo preciso e il giorno del mio compleanno la taglierò. Per ora la rifinisco e tengo pulito il collo. Stavo riflettendo sulla barba nella storia, specialmente perché presto qualcuno mi romperà le scatole invitandomi a tagliarla. Io credo che la crociata contro le barbe sia figlia del rigetto degli anni 70 vissuto negli 80. I giovani anni 80 erano lisci fino a luccicare e questo ce lo siamo un po' trascinati. Chi aveva successo era glabro, perfettamente glabro, solo comici e professori potevano avercela. In quei vent'anni 70-80 abbiamo sputtanato la barba. E pensare che la barba è sempre stata protagonista dei grandi della storia. Vado a braccio: Cristo, in ogni ritratto Socrate Platone Seneca Leonardo Marco Polo, quello delle mille lire Cavour Einstein Tutti i grandi re del Medioevo, più o meno, o almeno il Barbarossa Garibaldi Babbo Natale Marx Freud Mi fermo. Giusto per far capire che quelli con la barba possono anche essere persone perbene. Poi l'ho già scritto, mia figlia adora giocarci.

martedì 13 dicembre 2011

Pacific Trash Vortex

In tante altre occasioni ho scritto post di opinioni, questo è puramente informativo. Nel senso che ho imparato una cosa importante e colgo la mia grande popolarità per farvela sapere.
Fra l'altro quando l'ho imparata ci sono rimasto molto di merda, per usare un giro di parole.
Voi sapete dell'esistenza della Pacific Trash Vortex?No?!

Volete sapere di che si tratta? Bene, nell'Oceano Pacifico, a causa di alcune correnti, si è formato un agglomerato di immondizia che adesso vaga libero. Non parliamo di una chiatta carica di immondizia ma di lerciume che vagabonda trascinato dalle correnti. Col tempo si è addensato e adesso vaga assieme. Non so se mi sono spiegato, sono rifiuti galleggianti in mezzo all'Oceano.
E questa è la prima notizia. Voi adesso direte, chissà quanto potrà essere grande. Come una città? Come una metropoli? Come una provincia o una regione?
Non lo sappiamo con esattezza e questo mi sembra strano, cosa ci sarà mai di così complicato nel misurare con un satellite quanto si estende. Bene, tenetevi forte: pare che possa essere come la Spagna o come tutti gli Stati Uniti. Insomma, non una cosina da niente.
Si è formato pian piano raccogliendo ciò che finisce in mare e, ovviamente, non si degrada. Pare infatti che per lo più si tratti di plastica.


Ah, sembra anche che non sia l'unica "isola" di munnezza in giro però è la più nota (nota?!?) e la più grande.

Se cercate sull'inesauribile Wikipedia troverete anche dei dettagli su quello che contiene ecc ecc, io volevo solo che sapeste che esiste.

Ciao

mercoledì 7 dicembre 2011

Servizi non richiesti e non fruibili


Ieri sera mi sono soffermato a leggere con un po' più di attenzione le voci che determinano i costi di alcuni prodotti, specialmente se accompagnati da finanziamento.
Ho scoperto che odio questo tipo di cose. Cioè odio dover pagare un po' di più un'assicurazione (esempio non realmente rispondente alla mia situazione) perché nel pacchetto è previsto il servizio di consulenza gratuito del medico. Anche perché se chiedo di poter eliminare determinati servizi, che mi viene detto compongono il costo, mi viene risposto che fanno parte di pacchetti e che quindi non posso rinunciarci.
Ho riflettuto un po', in effetti non è così male. Insomma, fa parte dell'attività commerciale confezionare pacchetti di prodotti e servizi in modo da essere più forti, avere più copertura. Insomma, tutte quelle robe da marketing e da commercio. Benissimo, ben venga a chi ha pensato e assemblato pacchetti interessanti. La scelta mia di consumatore è di valutare la convenienza, di capire se il pacchetto con 4 servizi di cui solo 3 sono interessanti è comunque più conveniente di quello con solo 3 servizi ma a costo pieno, per banalizzare il concetto.
La cosa che realmente mi fa incazzare sono i servizi bluff. Cioè quei servizi talmente improponibili che in realtà non sono fruibili. Torniamo al famoso consulto medico. Quando ti promuovono il servizio aggiuntivo che nonn può essere scorporato ovviamente l'immagine è quella del professore sulla sua scrivania che visita una paziente e che ha un telefono rosso tipo quello di batman. Tu chiami, il telefono si accende e lui, con la sua voce calda e rassicurante, dice alla paziente “le spiace accomodarsi fuori un istante, devo rispondere ad un assicurato”. Questo è quello che ci immaginiamo.
In realtà si tratta di un servizio non usufruibile, vieni catapultato nel marasma di un callcenter dove rimpalli fino ad esaurimento nervoso.
Ecco, questo mi fa incazzare: che si scommetta sul fatto che uno non usufruisca mai dei servizi aggiuntivi, sul fatto che chi li propone li propone solo virtualmente. Se pago per qualcosa che non voglio mi aspetto che quando ne usufruisco questo servizio ci sia, non che sia uno strazio e che vi debba rinunciare.
No, dai oggi sono un po' incazzato perché in questo modo si avvelena il mercato. C'è un sacco di gente che prima di dire che fa una cosa ci pensa mentre qualcuno può permettersi di scrivere su un contratto che eroga un servizio anche se lo fa solo formalmente ed in sostanza non è possibile accedervi. A questo punto ho deciso che apro un “fondo di raccolta denaro in attesa dei marziani”. Funziona così: voi mi date ogni mese 50 euro e io li accantono. Quando vengono i marziani (non venitemi a chiedermeli se vengono dei venusiani....) se ci chiedono soldi io ve li restituisco, così avrete il capitale per negoziare con loro. In aggiunta, se lo desiderate, potete chiamare il nostro esperto che vi dirà i movimenti di astronavi che vengono registrati in diretta ogni notte. Non dovete far altro che chiamare il numero verde, un disco vi dirigerà sullo specialista della vostra zona il quale sarà lieto di consultare il cielo per voi e rispondere ai vostri dubbi.
Pensateci, sono solo 600 euro all'anno in cambio della possibilità, un giorno, di negoziare la vostra vita.
(non rispondiamo nel caso i marziani non trattino la nostra valuta).

venerdì 2 dicembre 2011

ancora su domande e credibilità


Lo sapevate che il fax è stato brevettato nel 1843? sapevate che il Tulipano nero e la Stella della senna erano fratellastri? Sapevate che il tipo che si trasformava nella testa di Jeeg Robot d'acciaio era invulnerabile grazie ad una campana “magica” che gli si era inavvertitamente piantata nel petto (l'aveva ritrovata suo babbo che era uno scienzato famoso) e che prima di fare il guida robot era un pilota di auto fortissimo?O ancora, che secondo l'Artusi nei cappelletti bisognerebbe mettere il Raviggiolo? O, e poi mi fermo, che la causa del rimpicciolimento della signora Pepperpot era il cucchiaino?
Questo post “assembla” alcune riflessioni che ho già fatto. Ho riportato tutte queste curiosità per far vedere quante informazioni sono accessibili grazie ad infernet.
Io da piccolo guardavo tutti i cartoni animati che ho indicato ma non sapevo nessuna di queste cose (nella mia ingoranza ero convinto che il Tulipano nero una bottarella alla Stella della Senna gliel'avrebbe data....), nonostante fossi molto sul pezzo.
Viviamo quindi nell'era dell'informazione. Però se io in questo post scrivo che la Stella della Senna aveva dei problemi di bulimia l'informazione resta su infernet ma non è vera. Ecco che entra quindi in gioco la credibilità, di cui ho parlato brevemente in un post precedente.
Però non volevo ripetermi, volevo solo fare una riflessione più ampia e più arrogante.
Fino ad oggi la scuola ci ha trasmesso nozioni, era la scuola del sapere, della conoscenza. Siamo sicuri che in un mondo dove la conoscenza è a portata di cellulare/PC/tablet (e chissà cos'altro) non sia opportuno orientare la crescita sulla capacità di discriminare? Sulla capacità di capire quale informazione è attendibile e quale no? Una volta esistevano le enciclopedie, io facevo una ricerca, scrivevo che avevo consultato un tomo e tutti erano felici. Certo, esiste wikipedia (contribuite a sostenerla) ma mille sono le fonti cui si può accedere. Spero di riuscire a trasmettere alle mie bimbe la capacità di essere critiche e di approfondire quello che ricercano, il rischio di imbattersi in contentui superficiali, nella marea di contenuti possibili, c'è. Non voglio dire che la scuola non debba trasmettere dei contenuti e delle nozioni, anzi. Però deve dare gli elementi per riuscire a navigare le informaizoni aggiuntive che si possono reperire, al di là di quelle trasemsse dagli insegnanti, che saranno per forza parziali. Ricordo che quando ero uno studente pensavo che fosse inutile imparare cose che erano scritte sui libri, pensavo fosse più utile ragionare di cose scritte sui libri, se mi spiego. E' importante che io ricordi esattamente quando è nato Kierkegaard, ovviamente, ma è una informazione accessibile molto facilemente, molto più importante è che io sappia cosa diceva e possa rifletterci sopra e possa conoscere la sua vita quel tanto che mi può aiutare a capire dove reperire informazioni dirette (Danimarca. Era danese? Aspetta che guardo su infernet. Ok, ricordavo bene, era Danese).
Ok, saluti, buone ricerche.

martedì 29 novembre 2011

Una favola

Un giorno, per una strana casualità di eventi, la foresta prese fuoco. Prima solo poche foglie ma, molto rapidamente, gli alberi si incendiarono e la foresta si trasformò in un incubo. Gli animali si affrettarono per scappare e rifugiarsi nello spiazzo adiacente al fiume, al riparo dal fuoco. Mentre tutti si rincuoravano per lo scampato pericolo o cercavano un amico o un parente, dalla foresta schizzò fuori un colibrì, si tuffo senza rallentare nel fiume e ne riuscì con il becco colmo di tutta l’acqua che poteva portare, una sola goccia. Si rialzò velocemente in volo e si ridiresse verso la foresta dove lasciò cadere al suolo l’unica goccia d’acqua che trasportava. A quel punto si girò di nuovo e fece per ripetere la stessa operazione quando dal gruppo di animali feriti e spauriti qualcuno gridò “fermati, cosa fai mettiti in salvo”.

Un attimo prima di immergersi nuovamente nel fiume il colibrì rispose “faccio la mia parte”.

Questa è una bellissima storia che un mio contatto di Instagram ha fotografato e pubblicato. Mi piace molto e al contempo motiva molto. L’immagine del piccolo uccello che con grande coraggio sfida il fuoco e le paure degli altri animali è molto tenera e, ammettetelo, un po’ fa coraggio. Mentre l’abbiamo letto ci siamo sentiti tutti un po’ più forti. Credo che ognuno di noi si sia guardato attorno per vedere se c’era qualche fuoco sul quale gettarsi. Ci siamo sentiti un po’ il dovere di essere più forti di quel piccolo uccello, punti sul vivo: un essere così piccolo che lotta dove leoni, elefanti e altre bestie immense non se la sono sentita. Nel momento stesso in cui si legge la semplice frase “faccio la mia parte” ci si sente il dovere di farlo anche noi.
Bene, una cosa è chiara nella storia ma passa in secondo piano: il colibrì fa con coraggio una parte, solo che fa quella sbagliata. E’ evidente che, nella migliore delle ipotesi, farà una serie di viaggi a vuoto; nella peggiore al secondo rimane affumicato, precipita e quindi viene sopraffatto dalle fiamme. Certo, potrebbe anche smuovere tutti gli animali ad una lotta contro il fuoco e diventare il simbolo della nuova forza della comunità della foresta. In un bel film Disney è possibile.
Ecco come secondo me è andata la cosa.
Il colibrì riemerge dal fiume e il leone lo ferma con una zampata. Guarda gli animali, accarezza il colibrì e gli chiede “com’è la situazione?”. Il colibrì prova a divincolarsi e dice “c’è un unico grande fuoco, la parte più grande è sotto l’albero centenario, il resto sono piccoli fuochi”.
“Bene”, prosegue il leone, “Cosa serve?” dice rivolti agli altri.
Salta su la zebra che dice “servirebbe tanta acqua alla base dell’albero centenario ed una cintura d’acqua attorno allo spiazzo per non far progredire l’incendio e fermare anche i piccoli”.
“Ottimo” disse il leone.
“Potremmo andare noi”, dissero in coro i 3 elefanti, “portiamo acqua sufficiente”.
“Grazie ragazzi ma come farete a raggiungere il centro?”.
“Passando da est”, disse il fenicottero, “sono appena stato in alto ad osservare e ho visto che a Est è già tutto bruciato, il fuoco non brucia due volte lo stesso terreno”.
“Noi vi faremo largo abbattendo gli alberi”, dissero i rinoceronti.
“E noi vi seguiremo con una scorta d’acqua”, dissero gli ippopotami e i coccodrilli.
“Bene ragazzi, voi aquile ci aggiornerete dall’alto”, aggiunse il leone raccogliendo l’assenso dei grandi rapaci mentre si levavano in cielo. “voialtri state qui, raccogliete le informazioni e date ristoro a chi si riposa. Nessuno si faccia del male”.
Ecco, proviamo a pensare a questo, proviamo a pensare che ognuno deve fare la propria parte, ognuno deve poter dare il proprio contributo in quello che gli viene bene, gli piace, lo diverte. I gesti eroici non vanno imitati. Non dovrebbero servire (beata la terra che ha eroi ma ancor più beata quella che non ha bisogno di eroi) perché il nostro dovere non è essere eroici. Il nostro dovere è fare la nostra parte, il difficile è capire ed accettare qual è la nostra parte.

sabato 19 novembre 2011

Superficialità decisionale, un altro superpotere dei Dirigenti

Torniamo a parlare di Dirigenti e di superpoteri. In un recente post ho rivelato al mondo che uno dei superpoteri è lo “strabismo dirigenziale”. Non avendo ricevuto minacce di morte da parte della classe dirigente ne rivelo un altro. Mi sento un po’ Julian Assange, fino a quando non rivelerò qualcosa di scomodo mi lasceranno stare…poi vedremo.


Un altro superpotere del dirigente è la “superficialità decisionale” (il termine è infelice ma è colpa della traduzione dall’originale sanscrito). Cosa si intende, cosa è in grado di fare il vero Dirigente? Evita di entrare in dettagli assurdi nella gestione delle attività, evita di prendere decisioni a livello micro e si assume il rischio delle grosse decisioni di superfice. Non deciderà come declinare tecnicamente un progetto, semplicemente valuterà e deciderà se realizzarlo, il progetto.

Per quanto possa essere attratto dai propri collaboratori in problemi micro, il vero Dirigente è in grado di esercitare la delega, in alcuni casi di imporla. Si è circondato di persone capaci ed è sicuro della correttezza delle loro scelte. E’ conscio che le rotte si tracciano indicando grandi obiettivi e cerca di evitare di cadere nella grande trappola del manager: accumulare una serie di decisioni micro che portano l’azienda in una direzione non voluta. Sono i piccoli cambi di rotta a far perdere la meta. Il Dirigente lo sa e governa dall’alto la rotta, guardando fisso l’obiettivo e supportando i suoi collaboratori. Ma non si immerge nei dettagli, è consapevole che facendolo rischierebbe un giorno di alzare la testa e non vedere davanti ai suoi occhi la terra promessa.

Per capirci, è un po’ come se entrassi in un negozio e volessi una camicia e me ne uscissi con una tshirt perché in fin dei conti ho scelto le maniche corte, ho scelto qualcosa di più colorato, ho scelto di non avere nulla che mi stringe al collo, ho scelto qualcosa di facile da stirare. Semplici risposte a semplici problemi. Ma adesso ho una tshirt e non una camicia. Diverso, per esempio, se avessi scelto di volere una tshirt dopo aver scoperto che c’era l’opportunità di averne una. Nel primo caso sono state le piccole scelte a guidarmi fuori strada, nel secondo è stata una valutazione più strutturale a portarmi a rivedere i miei bisogni.

Direi che questo superpotere potrebbe far comodo anche ad ognuno di noi, quante volte a seguito di piccole scelte, magari innocue, ci siamo ritrovati con la nostra vita fuori rotta? E’ giusto lottare ogni giorno e confrontarsi con la quotidianità ma non dobbiamo avere paura di porci domande grandi.

martedì 15 novembre 2011

I 7 vizi capitali nelle aziende. Dai, ormai era ora che lo facessi anche io

Eccoci, ormai ho scritto diversi post e credo di essermi guadagnato anche io il diritto a scrivere “i 7 vizi capitali in azienda”. Tutti coloro che scrivono, per passione o per mestiere, di aziende e organizzazioni sognano di poter far coincidere una propria riflessione con i “7 vizi capitali” oppure i “10 comandamenti”.


Quando mi sentirò pronto credo che non resisterò ai 10 comandamenti, pe rora limitiamoci ai 7 vizi capitali. Probabilmente non dirò nulla di nuovo ma, visto che siete già qui, fate prima a leggere che non ha cercare su internet chi in passato ha già scritto cose intelligenti.

Invidia, credo che qui non sia neppure necessario entrare in troppi dettagli, l’invidia è un rischio e in azienda si può manifestare in diverse direzioni e con differenti pesi. Si può trattare di invidia per un ruolo, un progetto assegnato, una promozione, un benefit ma anche pe runa scrivania, un portatile, un software più aggiornato, un blackberry più nuovo e, questa è esperienza diretta, un tubo di scappamento in più sull’auto aziendale. Ci sono invidie che possono essere contenute e gestite, l’azienda deve essere equilibrata e equa e altre che proprio sono inevitabili, ma direi che entriamo nella sfera dei problemi personali e non nelle mancanze dell’azienda. Credo che sia importante avere policy chiare per evitare che si manifestino situazioni di invidia dovute a cattive gestioni ma credo che più di queste serva trasparenza e comunicazione.
L'immagine non c'entra ma mi piace

Pigrizia. Tutti noi abbiamo avuto a che fare con coloro cui “casca la penna” o “hanno la spalla tonda” (dicesi di lavativo cui non puoi appoggiare nessun carico sulla spalla in quanto la conformazione rotonda della stessa lo farebbe inevitabilmente scivolare a terra).

Cosa fare in questi casi? Diversi i tentativi fatti: open space per creare effetto trascinamento, gestione diretta del personaggio con spalla tonda, assegnazione di compiti e attività ritmati a cadenzati. Probabilmente non è servito a nulla. Allora cosa fare? Direi che la cosa importante è fare in modo che non si crei un effetto trascinamento ed affrontare la cosa direttamente con il soggetto, cercando di capirne le ragioni. Magari è motivazione, magari non gli piace quello che fa. Ma guarda, la soluzione è di nuovo parlare con le persone.

Superbia. Avete voluto nominare dei nuovi dirigenti? Bene, adesso vi trovate in un mondo di spocchia. Anzitutto ricordatevi che la superbia è dannosa. Forse è il vizio capitale che viene maggiormente giustifica, per la serie, “è molto bravo, un po’ superbo ma in fondo è molto capace”. Non giustificatela, è dannosa per gli altri. Come gestirla? Benzina e fiammiferi. No, dai, ancora una volta serve comunicare e dare peso ai giusti valori in modo che certi atteggiamenti non trovino soddisfazione.

Ira. Vorrei dire a tutti i manager, i dirigenti, i capi intermedi ecc ecc che gli anni ottanta sono finiti. Il capo che urla, sbraita e il cui umore influenza tutto l’ufficio non è più accettabile. E, invece, il mondo ne è ancora pieno. Rendetevi conto che ormai collaboratori e colleghi non sono più spaventati da un collega o un capo che urla e sbraita, semplicemente lo compatiscono e lo aggirano, lo isolano. Fate attenzione.

Avarizia. Intendiamola relativa alla risorsa più importante che abbiamo al lavoro: il tempo. Essere avari di tempo con colleghi e collaboratori, non prestargli attenzione, non dedicargli spazi porta a tutti gli altri vizi capitali ed anche a tutti i mali che una organizzazione può sviluppare. Non aggiungo altro.

Lussuria. Non pensate solo ad amplessi su scrivanie sul far della sera. Pensate a tutte i riferimenti di natura sessuale. Ormai il nostro linguaggio è pervaso dal sesso, farlo entrare in azienda è, ancora e per fortuna, un tabù. Su questo aspetto però la cultura organizzativa può fare molto, il finto perbenismo può aiutare.

Gola. Molti hanno dato una lettura anche a questo vizio capitale, io non riesco a declinarlo bene quindi evito forzature.

Però aggiungo altro, qualche altro vizio capitale.

Io ci metterei il pettegolezzo. In molte aziende, anzi in tutte, c’è la famosa “radio scarpa” o il “comitato della macchina del caffè”, insomma, momenti non ufficiali in cui circolano e si ingrandiscono informazioni non ufficiali. Tutti sono consapevoli che al caffè una buona fetta di quello che viene detto non corrisponde a verità però….”un fondo di verità ci sarà, altrimenti non ci sarebbe la voce in giro”. Il rimedio è sempre quello, non lo ripeto neppure.

La competitività è un altro vizio capitale. Ora, tutte le società commerciali diranno che è sano creare un ambiente competitivo. Concordo, non è opportuno creare competitività. Mi spiego meglio. Motivare i venditori a raggiungere risultati superiori, magari premiando con cerimonie vistose i migliori non è per forza sbagliato. Esasperare la competizione fino al punto che ogni venditore è convinto di dover battere il collega e non di dover fare più fatturato è un rischio. Fate in modo da avere una squadra che gioca coi propri risultati, che si stimola e non che gareggia su questi. Il rischio di creare gente competitiva, disposta a tuto pur di vincere, è molto alto. Invece, specie in questo momento, serve poter contare sul supporto di ogni collega per poter portare a casa ogni centimetro in più di mercato.

lunedì 14 novembre 2011

Reputazione on line

Negli ultimi cinque giorni mi sono imbattuto un paio di volte nel tema della reputazione.
Anche le vicende politiche hanno dato risalto a questo aspetto, la reputazione.
Ho sbirciato su Wikipedia per vedere se al riguardo c'erano info che mi sfuggivano ma direi che reputazione è un concetto molto semplice e molto condiviso. E' facile capire di cosa parliamo, non è così facile costruirsene una, almeno in positivo. Anche una bella reputazione in negativo non è così scontata, in realtà.
Intanto, come detto, reputazione ha accezione sia positiva che negativa. Riguarda la credibilità di un individuo, cioè quanto questo individuo è considerato essere portatore e diffusore di verità.
Attenzione, portatore e diffusore. Se siamo luminari ma diciamo idiozie non avremo una bella reputazione. Ecco perchè di certi politici si dice che sono intelligenti (di chi?!?!) ma magari non hanno una grande reputazione, usano male il loro potenziale.
Ma non volevo infilarmi in questo, volevo soffermarmi sulla reputazione su internet. Ci sono mille canali, mille strumenti attraverso i quali ci esprimiamo. L'ho già scritto in passato, basta un'anzianità su un forum a rendere una persona più autorevole di un'altra.
Io credo che quello di crearsi una reputazione positiva sia uno degli aspetti più interessanti di essere su internet.
Uno magari comincia a scrivere un blog, all'inizio lo leggono solo gli amici, se è fortunato e bravo gli amici lo segnalano agli amici degli amici e si arriva ad avere un minimo di seguito. Dopo questa prima fase il neo blogger comincia a leggere il pensiero di altri blogger, sbircia fra i post e comincia a inserire commenti. All'inizio con grande attenzione ad essere equilibrato. Il suo obiettivo è essere apprezzato come commentatore per attirare sul suo blog qualcuno con atteggiamento positivo.
La svolta avviene quando un blogger con molto seguito comincia a seguirti e a commentarti.
Io credo che siamo arrivati qui, ci sono blogger che sono "fari" per i liberi pensatori di internet e altri che aspirano a diventarlo. Altri, come me, che vogliono esprimere dei pensieri e che sperano che un giorno due persone speciali li leggeranno e sorrideranno. Spero di lasciare una fotografia di questi anni attarverso quello che penso e scrivo.
Ma torniamo a noi, adesso che ho esplicitato la mia mission da blogger.
I blogger stanno assumendo un ruolo cruciale anche nel dare indicazioni per il mercato. Se decido di scrivere qualcosa sul mio altro blog (motociclistidatavola.blogspot.com) e chiedo ad una casa di moto del materiale informativo loro sono ben contenti di darmelo e mi chiedono anche di dirgli quando sarà pubblicato il mio post. Io non ho le competenze per fare analisi serie e tecniche delle moto che provo e difendo la mia reputazione chiarendolo prima di ogni post di prova, mi limito a dire che parlerò di sensazioni personali. Così come ho deciso di recensire solo locali che ritengo interessanti e di non esprimermi verso locali nei quali non mi son trovato bene.

Bene, come gestirà internet questo aspetto, saremo in grado, una volta costruita una reputazione con anni di post di preservarla da chi ci chiede di provare un prodotto o di visitare un sito? Personalmente non avrò questo dubbio, piccolo blogger sono e piccolo blogger conto di rimanere, ma come faremo a difenderci dall'autoreferenzialismo di internet?  Non ne ho idea, certo che già ora molte persone cercano i pareri dei blogger più che quelli delle riviste di settore che sono "ammorbiditi" dalle pubblicità necessarie alla rivista. Lo vedo nelle moto, come dicevo. Quello che viene detto su un forum o su un blog è letto con maggiore attenzione di quello che viene detto dalla rivista del settore. credo che questo sia un grande vantaggio per tutti noi, a patto che difendere la reputazione resti un must per chi scrive.

p.s. se qualcuno vuole che scriva bene del suo servizio o prodotto non ha che da mandarmi una mail cui seguirà mio preventivo dettagliato......ehehehehheheheh

giovedì 3 novembre 2011

Gaia e la sorellina

G: “Ohi babbo”.

N: “Dimmi”, ero sovrappensiero, pensavo ad altro e non mi ero accorto che piano piano Gaia si era avvicinata a me.
G: “Ho pensato molto alla sorellina”
N: “Bene, cosa hai pensato?”
G: “Ho pensato che dato che io sono quella grande volevo scriverle una lettera di benvenuto per dirle cosa ho scoperto che è importante. Così parte avvantaggiata”.
N: “Bellissimo, cosa hai pensato, vuoi leggermelo” (Perchè Gaia legge e più che altro, Gaia scrive?!)
G: “Ciao, io ho più di un anno in più di te e volevo darti un paio di dritte sulla vita. Anzitutto non ti devi preoccupare di fare i tuoi bisogni e di mangiare, pare che all’inizio si all’unica preoccupazione che hanno genitori e nonni.”
N: “Giusto, giusto, vogliamo che sia affamata e che si liberi”
G: “Poi volevo insegnarti altre cose. Anzitutto cerca di essere felice, io farò quello che posso per aiutarti, ma tu cerca di essere felice, di essere leggera. Cerca di piacere a te stessa, piacere agli altri è come cercare di baciare un sedere che balla”.
N: “GAIA!!!”
G: “E’ un modo di dire. Comunque, cerca di piacere a te stessa, cerca di essere il meglio per te stessa e sarai il meglio per il mondo. Cerca di essere curiosa, scopri cosa ti incuriosisce di più, potrebbe essere quello che farai nella vita. Ascolta le tue passioni e coltivale, non sono mai una perdita di tempo. Non dare mai nulla per perso, se cominci a studiare chitarra a vent’anni quando ne avrai solo trenta saranno già dieci anni che la studi, un mucchio di tempo. Ascolta la musica, è il modo migliore che ho trovato per famigliarizzare con le emozioni. Scopri le emozioni e dagli un nome, non pensare sempre e solo a gioia a tristezza. Fidati di me, sempre. Io mi fiderò di te, ciecamente. Ti strapperò i capelli, mi ruberai i vestiti, ci urleremo di tutto ma se mai avrai bisogno di me non servirà neppure che tu me lo dica, mi troverai lì. Cerca di dire sempre quello che pensi, impara a dire le cose nel modo giusto ma non smettere mai di dire quello che pensi. Ricordati sempre che sei figlia unica, a chiunque ce lo chieda noi diremo che siamo due sorelle figlie uniche, non siamo copie o duplicati, siamo uniche, come persone”.
N: “Gaia è molto bello, brava”.
G: “Non ho finito”.
N: “Scusa, procedi”.
G: “E infine ricordati: i miei vestiti sono miei, il mio scooter è il mio scooter, i miei trucchi sono i miei trucchi e, soprattutto, i miei filarini sono i miei filarini. Mi sono spiegata. Ricorda che sono la maggiore, sempre!!!”
N: “Ma, Gaia…”
G: “Magari l’ultima parte la tolgo”.

martedì 25 ottobre 2011

Farmaci e paure

Avete mai letto il bugiardino di un farmaco? Dovremmo farlo tutti e dovremmo farlo sempre. Io non amo prendere medicine, mi faccio bastare un paio di aspirine all’anno e altrettanti moment quando il male alla capoccia diventa intollerabile.

Comunque leggo sempre il bugiardino, anche e soprattutto delle medicine per mia figlia. Ho smesso di preoccuparmi degli effetti collaterali. Credo che ci sia una necessità di tutelarsi da parte delle case farmaceutiche che porta a non indicare le percentuali di tali effetti collaterali. Mi spiego: non c’è mai scritto “può causare la morte nel 2% dei casi” oppure “può causare patologie cardio respiratorie nel 4% dei casi”.
E’ tutto imponderato e quindi rischioso.
Però non è di questo che volevo parlare. Volevo parlare della tendenza dell’uomo ad accettare di introdurre un certo numero di problemi al fine di eliminarne uno. In buona sostanza, per eliminare il problema mal di testa mi assumo il rischio di introdurre un certo numero di problemi, alcuni dei quali potenzialmente più deleteri del mal di testa di partenza. Perché?
L’uomo di suo non è un animale coraggioso, anni di evoluzione l’hanno portato a perdere aggressività e coraggio in favore di una crescita delle capacità cognitive, sociali ecc, ecc.
Cos’è allora che ci porta ad assumerci questo rischio? Credo che sia una combinazione di fattori: in primis non è una scelta razionale, il nostro cervello non dice “ok, il rischio vale la candela”; poi c’è la fiducia verso chi ci ha ordinato di prendere la medicina (avete notato che le persone dicono proprio “me l’ha ordinato il medico”); infine c’è la paura per il dolore contestuale che è superiore a qualsiasi valutazione sul dolore futuro, rifuggire il dolore è l’input prioritario nel nostro cervello.

Mi fermo prima che le case farmaceutiche mi buchino le gomme.

mercoledì 19 ottobre 2011

Gaia e il perfezionismo

Sono sempre sul divano, ormai la mia immagine ricorrente mi vede svaccato sul sofà con pieno abbandono del mio corpo e la mia mente centrata sulla piccolina che intanto gioca faticando per quattro persone.

E’ impegnata ad assemblare qualcosa, non capisco cos’è fino a quando non si gira di scatto verso di me, sorprendendomi che la fisso.
G: “Ho finito”, mi annuncia con un sorrisone trionfante.
N: “Cos’hai fatto?”, le chiedo guardando quell’insieme di mattoncini giganti.
G: “E’ come vorrei fosse disposta la camera dove staremo io e la mia sorellina”
N: “Spiegami”, le dico mentre mi ride anche il cuscino adiposo su cui sono seduto
G: “Questo è il letto mio, questo è il letto della sorellina, questo è il mio armadio e..”
N: “Ma mancano tante cose”, le dico interrompendola.
G: “Tipo?”, mi dice indispettita
N: “Non vedo la porta, come fate ad entrare in camera”.
Fissa la sua costruzione, toglie un mattoncino e mi dice:
“Ecco fatto”.
N: “Manca anche la finestra”
Stessa scena, toglie un altro mattoncino, sempre più infastidita.
“E adesso, cosa manca?”
N: “Direi che ci siamo, scusa se ti ho interrotto ma c’era qualche errore. Tu sei una perfezionista, so che ci tieni a fare le cose perfette”
G: “Hai ragione, in effetti è così. Mi piace fare le cose fatte bene però…” e lascia sospeso, per chiamare un mio commento.
N: “Però…cosa intendi?”
G: “Ti piace quello che ho fatto?”
N: “E’ molto bello, poi è molto tenero che tu ti preoccupi di dividere i tuoi spazi con tua sorella. Poi li hai divisi bene, in parti uguali, ho notato che hai rinunciato ad una parte dell’armadio”.
Mentre dico questo ecco che arriva il suo sorriso, non ho ancora capito come ma sto per prendere l’ennesima lezione di vita da questa nanetta impertinente.
G: “Quindi pensi che io abbia fatto bene?”
N: “Certo”, forse la faccio franca.
G: “Vedi, hai ragione a dire che io sono una perfezionista, che mi piace fare le cose fatte bene. Però ho capito una cosa importante nella mia vita”.
N: “Cosa hai imparato?”
G: “Ho imparato che un lavoro eccellente è una cosa diversa da un lavoro senza errori. Il mio lavoro è eccellente, lo dici anche tu. Ho suddiviso la stanza in maniera equilibrata ed equa, ho messo gli elementi principali e tu mi hai detto che ho fatto un buon lavoro. Poi non mi hai lasciato spiegare ma ci sono molti altri contenuti. Il mio essere perfezionista è soddisfatto dall’aver fatto un lavoro eccellente. Non ho indicato la porta e la finestra? Sono due errori che non hanno alcun impatto sul contenuto di quello che faccio, sulla qualità di quello che ho prodotto. Il mio essere perfezionista ha a che fare coi contenuti, se realizzo qualcosa di eccellente può anche avere degli errori, sarà comunque un lavoro eccellente. L'eccellenza ha a che fare con il contenuto primario di un lavoro. E' come una crostata. Se è buona poco importa che sia tonda o quadrata. Invece se è una torta decorativa importa molto che sia bella e meno se, magari, è una banalissima torta alla crema e pan di spagna. Bisogna capire il valore aggiunto di quello che si fa e perseguire su questo l'eccellenza”.
N: “Hai ragione, direi che fila. C’è differenza fra eccellenza e essere senza errori, dove per altro gli errori non sono determinanti perché il lavoro è eccellente.”
G: “Sai, credo che ci sia un essere perfezionisti in maniera positiva, cercando l’eccellenza, e esserlo in maniera negativa, cercando di produrre un qualcosa senza errore invece che eccellente.”
Stavolta sono senza commenti, la osservo in attesa del primo segnale di cedimento, di stanchezza.
Eccolo, braccia protese verso il babbo, è cotta. La prendo in braccio e mi avvio verso il letto mentre ripenso a quello che mi ha spiegato.

mercoledì 12 ottobre 2011

Superpoteri da dirigenti

Tempo fa scrissi che un Dirigente d’azienda deve essere come Superman, ovvero deve sentirsi i panni dell’azienda addosso. Non smette mai di essere dirigente di una certa azienda, neppure quando timbra il cartellino (o striscia il badge) se lo fa.

Oggi volevo cominciare a parlare dei superpoteri che vengono richiesti ad un dirigente. O che dovrebbero essergli richiesti. La letteratura è piena di elenchi intelligenti di competenze, conoscenze e quant’altro ma solo in questo post sentirete veramente parlare di superpoteri dirigenziali. Già mi immagino la faccia di qualche dirigente (se ce ne sono che leggono questo blog) che dice “finalmente qualcuno si è reso conto che abbiamo dei superpoteri, era ora”.
Ebbene, il primo e più importante è il famoso “strabismo dirigenziale”. Se il dirigente è votato alle forze del male si parla invece di “miopia dirigenziale”.
Comunque, lo “strabismo dirigenziale” è quel superpotere che permette al Dirigente di guardare avanti e allo stesso tempo di essere presente nel quotidiano, un occhio al futuro ed uno al presente. Questo superpotere non è così diffuso, spesso le aziende sono costrette a far convivere leader che guardano al futuro con visioni al limite del lisergico e manager che si radicano nel “qui ed ora” come sequoie nella terra. Far funzionare l’alchimia fra le due figure non è così semplice, ecco perché per un’azienda è importante trovare un dirigente dotato del superpotere dello strabismo, assicura anche coerenza.

lunedì 10 ottobre 2011

Gaia e Steve Jobs

Sono le quattro di notte, Gaia si è svegliata con un colpo di tosse e adesso richiama la mia attenzione per riuscire ad addormentarsi.

G: “Oh, babbo, ma è morto Steve Jobs e non mi dici niente?”
N: “Non volevo darti un dispiacere, ricordo che il suo discorso ti era piaciuto e ti aveva ispirato.”
G: “Ah, è vero, siate affamanti e siate folli, ricordo che me l’hai fatto ascoltare e leggere. Sì, interessante”.
N: “ Che hai fatto, non ti convince più? Mi pareva ti fosse piaciuto un sacco, che volessi cercare di rimanere affamata e folle”
G: “Hmmm, c’ho pensato. Sai, intanto la parte più bella del discorso è un’altra, ne avevamo parlato. Anzi, sono altre: unisci i puntini, il rapporto con la morte, la passione.”
N: “E’ vero, in questi giorni è stato riportato più volte lo slogan finale ma i contenuti sono altri”.
G: “E io non sono neppure così d’accordo su come lo vedo interpretato.”
N: “Cioè?”
G: “Io credo che sia importante che ognuno di noi voglia cercare di cambiare il mondo, anzi, di migliorarlo. Credo che dovrebbe essere un obiettivo per ogni individuo, credo che debba essere un assioma fondante di ogni società. Credo che se si vuole cambiare il mondo serva molto essere affamati e essere folli. Affamati perché bisogna nutrirsi del mondo, capirlo, cogliere ogni sapore e gusto, con curiosità e attenzione; Bisogna essere folli per immaginare il mondo cambiato per poterlo ottenere. Serve follia per vedere quello che non c’è.”
N: “Ok, chiaro, credo che in qualche modo sia coerente con il pensiero che voleva trasmettere”.
G: “Bene, però ne manca un pezzo, se vuoi cambiare il mondo ne manca un pezzo importante”.
N: “Dimmi…”
G: “Mettiamo che, in qualche modo, Jobs abbia cambiato il mondo”.
N: “Diciamo di sì, ha portato molte novità e un modo nuovo di intendere il business, con un focus diverso da quello cui eravamo abituati. Non mi spingerei oltre ma già questo può essere uno spunto.”
G: “Per cambiarlo sono servite due cose: essere affamati e folli per vedere cosa si poteva ottenere ed un’azienda da 45.000 dipendenti per cambiarlo”.
N: “(faccia di chi pensa di aver capito ma non si sbilancia)”.
G: “Sai cosa succede a chi progetta di cambiare il mondo, di solito?”
N: “Cosa?”
G: “Se è molto bravo fa un bel progetto. Sai cosa succede a chi vuol cambiare il mondo?”
N: “No….”
G: “E’ affamato, è folle ed è estremamente operativo, quotidiano. Questo manca come conclusione, manca il fatto che non basta essere affamati e folli. Come messaggio è perfetto se hai un’azienda da 45.000 dipendenti che è pronta ad essere operativa, ma per ognuno di noi non basta. Vedi babbo, se tu sei affamato e folle rischi di essere il babbo più affascinante fra quelli che vengono all’asilo, ma se oltre a questo la mattina ti svegli e provi a cambiare veramente qualcosa allora sei l’uomo più affasciante del mondo ai miei occhi e mi avrai fatto vedere come fare a vivere a pieno ogni mia risorsa”.
Dice questo e sviene fra le mie braccia, stanca come solo alle quattro passate si può essere. La cullo altri dieci minuti, voglio tenermi vicino un altro po’ questa piccola forza.

Non potevo non dire la mia su Steve Jobs

E’ da poco scomparso Steve Jobs e mi son reso conto di essere uno dei pochi “blogger” a non aver scritto neanche due righe di commento. Brutto e cattivo che non sono altro. Così rimedio.

Premessa: mi piace Steve Jobs, mi son studiato le sue presentazioni, l’uso delle immagini, mi piacciono i prodotti Apple e ho scritto un commento sul famoso discorso di Stanford in tempi non sospetti.
Ho individuato in questi giorni due categorie di commenti che non mi sono piaciuti: chi dice che era un grande ma è contro tutto il processo di beatificazione di questi giorni; chi si schiera contro Jobs e contro i soldi che ha fatto Apple. Parlo di commenti e articoli di giornali, il mondo blogger è stato più elegante e con più contenuti e più sincerità, se non altro.
I primi non mi piacciono perché ho letto tanti commenti sulla bravura del compianto, tanti accostamenti a Ford, Leonardo, Edison ma non ho letto accostamenti a Gesù, Budda o quant’altro, come riportato su questi commenti. Mi pare invece che ci sia stata molta umanizzazione attorno a questa morte, molti accostamenti a personaggi dell’industria ma questa beatificazione era solo nei “coccodrilli” di chi se l’aspettava, di chi voleva mettere in croce il popolino.
I secondi non li sopporto per principio, mi pare si tratti spesso di gente a caccia di visibilità per contrasto. Dalla serie, cosa fa più rumore, il fatto che mi metta in fila con chi dice che era bravo o il fatto che mi metta contro, che faccia vedere che non ho paura del sistema. Credo che davanti alla morte possa ancora esistere una cosa chiamata rispetto e che se uno vuole visibilità possa farlo senza essere per forza contro. Ci può stare criticare ma ho letto grandi pensatori che dicevano “ahhh, non scordiamoci però che Apple ha guadagnato molti soldi e ha anche sfruttato i lavoratori. E poi ha reso il mercato schiavo di Apple, andando contro i suoi stessi valori”. Volevo avvisare tutti che se mi dovesse capitare di inventare qualcosa che funziona credo che vorrò farci molti soldi e voglio vedere quanti non la pensano così. Perché guadagnare un mucchio di soldi è immorale?

Ok, basta, volevo arrivare da un’altra parte ma ormai il post si allunga, scriverò un’altra volta.
Ovviamente, come spesso accade, c’è chi ha scritto con intelligenza manifestando il proprio distacco verso l’uomo, verso l’azienda e verso i prodotti. Non mi riferisco a loro, mi riferisco a chi ha visto in tutto questo l’occasione di scrivere per farsi leggere. Lo sto facendo anche io, certo, ma almeno dico quello che penso e non quello che credo faccia più rumore.

sabato 8 ottobre 2011

Gaia e la colazione dei campioni

Sono steso sul divano, ancora non mi sono abituato alla comodità di questo nuovo gioiello del mio salotto.

Guardo Gaia che come al solito è intenta in progetti di gioco serissimi e complicatissimi. Ogni tanto le viene in mente di alzarsi e si mette in piedi e poi, come una grande attrice, cerca approvazione in giro.
E’ consapevole di avere tutta la mia attenzione anche quando non guardo. All’improvviso si risiede con il nuovo controllo dei movimenti che l’anno d’età comporta. Mi fissa e mi fa:
“Cosa avevi fatto prima a tavola, avevi una faccia? Mica discutevi con la mamma?”
N: “No, scherzi ero solo concentrato. Avevo chiesto alla mamma cosa ne pensava di un lavoro che avevo fatto ed ero in attesa di sapere cosa ne pensasse.”
G: “Non avevi una gran faccia, parevi tirato ma ti ha detto che fai schifo?”
N: “No, anzi è stata positiva”.
G: “Mah, sai che io ancora non mi spiego e non capisco bene ma la tua faccia non era rilassata”.
N: “Beh, sai non è facile fare un lavoro cui si tiene tanto e chiedere qualcuno un feedback”.
G: “Perché? Non era mica qualcuno, era la mamma”-
N: “hai ragione però un minimo di chiusura c’è sempre, nonostante la mamma”.
G: “Ma cosa ti ha detto?”
N. “Ha fatto qualche commento sulla forma, in alcuni passaggi non sono scorrevole e poi….ma cosa ti interessa?”
G: “Vai avanti, ho bisogno di capire”
N: “Allora…mi ha poi chiesto di rispiegare un passaggio che non le era chiaro e mi ha segnalato un paio di errori di battitura o di ignoranza, ancora non l’ho capito”.
G: “Hai preso appunti?”
N: “Certo, mi son segnato anche uno spunto che mi ha dato per scrivere altro, una riflessione”.
A quel punto le esplode un sorriso in faccia, uno di quei sorrisi che le esplodono quando capisce qualcosa di nuovo che le piace o le interessa, un sorriso pieno.
G: “Ok, allora adesso mi devi fare una promessa, una di quelle promesse da babbo. Ci stai?”
Che fenomena..
N: “Ma certo, chiedi pure”
G: “Voglio che tu mi insegni a ricevere feedback, voglio che mi insegni ad ascoltare con apertura e senso critico quello che mi dicono gli altri”.
N: “E’ bellissimo, anche a me piace farlo e cerco di farlo”.
G: “No, non hai capito, io voglio farlo con le emozioni. Io lo vedo che tu cerchi di essere predisposto ai consigli, alle annotazioni e vedo anche che prendi appunti, cerchi di trarre spunti da quello che ti dicono, correggi quello che ti segnalano ma vedo che la tua testa dice ben altro quando ascolti, vedo che le tue emozioni non sono di apertura ”.
Ci penso, in fondo ha ragione. La cosa che mi colpisce è che non gli avevo mai dato peso. Provo a buttarla là: “Forse hai ragione ma come vedi sono sempre o quasi recettivo, cosa cambia, riesco comunque a resistere abbastanza alle mie emozioni per non perdere la lezione”.
G: “Hai ragione ma io non ho paura di non capire o di non recepire, io voglio imparare a ricevere i feedback con apertura e con serenità perché questo mi farà stare meglio. Non voglio avere nessuna ansia legata ad una cosa che faccio perché quella cosa sono io ma non è tutta me stessa. E io sono migliorabile mentre tutta me stessa è la cosa migliore che ho da mettere in gioco, non posso aver timore di ciò che mi può far crescere ”.
E’ entusiasta di questa conclusione, lo vedo dagli occhi, è bello vedere la consapevolezza che ha nel tener distinto quello che è da quello che fa.
G: “Quello che sono non è quello che faccio ma se miglioro quello che faccio posso migliorare anche quello che sono. Il feedback è la colazione dei campioni, lo dicono negli USA”.
Mi ha letto nel pensiero, adesso è di nuovo in piedi, barcolla dalla vittoria, si sbilancia e cade e mi fissa.
N: “Brava, ma cerca di non tenere il culo così in dietro che ti sbilanci”. Mi sorride da seduta e mi fa cenno di andare a prenderla, è ora di nanna.

giovedì 6 ottobre 2011

Auguri Gaia

Sono mesi che penso questo post. Si può dire che tutto il mio blog sia nato grazie a mia figlia, che senza dire e chiedere nulla mi ha fatto venir voglia di essere concreto.

Per una volta Gaia non dirai nulla, semplicemente mi ascolterai.
C’è una parte di storia che ti appartiene ma che allo stesso tempo ti precede. La mamma ed io avevamo deciso di avere un bimbo e ci eravamo attrezzati per questo. Purtroppo le prime analisi che ci fecero non ci davano molte possibilità. Io avevo i “ragazzi” pigri e al mamma le “ragazze” stordite, come abbiamo sempre detto fra di noi. Eravamo pronti a tutti i sacrifici possibili per averti, non c’era cosa che non avremmo fatto per poterti avere. Avevamo considerato ogni ipotesi, preso in esame ogni problema ed ogni volta avevamo una soluzione. Nel momento in cui eravamo invincibili sei arrivata tu. Io avevo già messo l’armatura per affrontare draghi e mostri ed invece tu sei arrivata nel modo più semplice del mondo. Abbiamo trattenuto il fiato davanti a questo miracolo ma poi abbiamo capito che tu eri la cosa migliore che potesse venire da noi due, proprio perché statisticamente non eri plausibile.
 Poi sei nata ed ogni istante con te mi rendo conto di quanto sia vero tutto questo, ogni momento mi rendo conto della perfezione e della bellezza che sei. Dopo un anno ci sono cose di te che posso dire con assoluta certezza. Sei affascinante, hai qualcosa di magico, attiri le attenzioni della gente e non solo perché sei una bimba. E’ un dono, quando arrivi tutti ti prestano attenzione, coltivalo senza abusarne.
Sei forte e determinata, lo vedo da come giochi, dall’energia che sai mettere in ogni cosa che fai, dalla decisione con cui affronti ogni difficoltà che ti trovi davanti. Per quanto piccole possano sembrare ad un adulto mi rendo conto di quanto tu debba sforzarti per farlo. C’è stato un periodo in cui ti avvilivi quando non ti riuscivano le cose ma adesso non è più così.
Però non sei fissata, riesci a rinunciare a trovare altri interessi, altri giochi quando qualcosa non è più divertente, al di là della fatica.
Sei autonoma, anche troppo, vorrei stringerti e coccolarti ma tu più di un minuto non resisti, hai bisogno di più stimoli di quelli che un abbraccio può darti. Preferisci che io mi stenda sul tappeto e lasci che tu mi scali.
Hai mille altre cose che mi fanno impazzire ma quella che più mi conquista è che mi ricordi Giulia. Si è vero, sei uguale a me, chi non lo dice non ha mai visto una mia foto da piccolo, però sei bella come la mamma.

Amore mio non mi resta che augurarti buon compleanno, dodici mesii fa la tua mamma ti ha salvato la vita e mi ha dato un altro cuore nel petto che mi spinge vita in tutto il corpo.

Oggi è la tua festa, spero che ogni anno che passa tu possa trovare tutto quello che vuoi e ricorda sempre, se il destino è contro di te, peggio per lui.

sabato 1 ottobre 2011

Dove basta l'idea

Tempo fa girava una foto in cui il presidente degli USA si intratteneva a cena con alcuni dei pezzi grossi delle aziende più interessanti ed affascinanti della famigerata Silicon Valley: Apple, Google, Facebook, Yahoo, Microsoft.

Guardando la foto e leggendo un po’ della storia delle persone si possono trarre alcune considerazioni. Hanno tutti iniziato giovanissimi (alcuni lo sono ancora) e sono tutti dei tecnici. Mi spiego, i vari Zuckemberg, Gates, Jobs e compagnia bella sono coloro che operativamente hanno creato e sviluppato l’idea iniziale. La maggior parte non sono laureati, ma questo non c’entra, forse.

Sapete cosa mi colpisce maggiormente e cosa non avevo capito fino a fine maggio? Come può un ragazzo con tendenze nerd creare un’azienda così grande in così poco tempo? Capisco essere nel proprio scantinato o garage, a seconda del mito, e smanettare su un pc fino a far funzionare il progetto primordiale. Ma da lì a creare una multinazionale. Facebook, per fare un esempio, è passata da un PC ad essere un’azienda multinazionale con migliaia di dipendenti in pochissimo tempo. Com’è possibile? Chi si è occupato di sviluppo organizzativo, chi ha deciso la struttura, chi il supporto legale? Se penso ad un’azienda mi sembra una cosa molto complessa da realizzare mentre si cerca ancora di rendere remunerativo il “prodotto”.
Fino a maggio molto ingenuamente non l’avevo colto. A maggio ho avuto modo di partecipare ad una conferenza AIDP dove era presente un professore di Berkeley. Nel raccontare le proprie esperienze ha detto di essere anche membro di un fondo di investimenti. La prima cosa che ho pensato è stata a cinque amici al circolo del golf con qualche milione di dollari da spendere che giocano assieme in borsa. Non è così.
Il loro mestiere è fare soldi, ma non (solo) in borsa. In pratica quando tu ritieni di avere una buona idea vai da loro, gliela spieghi e se li convinci loro ci mettono tutto quello che non è l’idea. Quindi la struttura, l’organizzazione, i soldi, l’esperienza di business, il supporto legale. Al nostro nerd non resta che concentrarsi sull’idea a sugli aspetti tecnici, deve fare quello che è in grado di fare, assumere un incarico tipo AD o CEO, avere delle quote della sua stessa azienda ma non pensare a cose del tipo “mi serve un ufficio finanza e controllo o è meglio se faccio un ufficio sul controllo di gestione, amministrazione e gli aspetti finanziari li tengo a parte”, “quali uffici sono più opportuni, di chi mi devo fidare, quale forma societaria devo adottare, come faccio a penetrare il mercato cinese, meglio area manager o territory manager”.
Ora credo che queste società, avendo come scopo quello di far soldi, siano molto selettive e quando mettono mano su un’idea poi la mungano con forza. Quindi il nerd di turno, se non è un po’ sveglio, rischia di trovarsi spogliato. Però questi fondi sono capaci di creare aziende, non sono interessati ad avere idee.
Per chiarire ulteriormente, nel mio immaginario le vedo come emanazioni del demonio pronte a sottrare le aziende ai poveri geni sprovveduti una volta che tecnicamente il genio ha trasferito ad una struttura il suo sapere. Però è molto meglio di quello che fanno le banche. Questi non prestano soldi, non concedono somme, questi supportano business investendo i loro soldi e cercando di farne altri. Forse in Italia, dove regna l’idea della bottega, avrebbero difficoltà ad esistere, ogni piccolo artigiano sogna di essere un grande imprenditore e vuole farcela con le sue forze, senza l’aiuto di nessuno, mettendo chi conosce lui a fare quello che ha sentito dire da un altro che gli serve. Quindi abbiamo uno stuolo di imprenditori ex artigiani che hanno creato un impero grazie agli attributi ma che poi sono circondati da mediocrità e quando devono andare in pensione magari non hanno neppure un erede degno. Non succede sempre, ho in mente e ho visto casi in cui l’imprenditore è riuscito a dare continuità. Un’impresa però ha bisogno dei soldi delle banche, è ovvio, allora perché non farsi supportare anche nello sviluppo dell’azienda, in modo da focalizzarsi solo sull’idea.

Fra l'altro, se io fossi il nerd di turno, mi sentirei molto più tranquillo a dovermi occupare solo di sviluppare l'idea, di dover curare quello che più mi appartiene.

martedì 27 settembre 2011

Gaia, la manovra economica e le galline

Gaia sta crescendo, fra qualche mese avrà una sorellina e forse non avrà più tempo per me, forse non verrà più a pormi i suoi dubbi esistenziali, a coinvolgermi nei suoi ragionamenti. Me la immagino che si atteggia a donnina mentre spiega la vita alla piccolina.

Mentre sono steso sul nuovo divano la guardo giocare e penso a queste cose.

Ad un certo punto lascia cadere un mattoncino in gomma, mi guarda, si alza tremolante sulle gambe ma ferma nello sguardo e come suo solito copre la distanza fra lei e me reggendosi al divano. Il suo sguardo è fermo ed ipnotico, non riesco a distogliere il mio dal suo. Ha in mente qualcosa.
G: “Sei contento della manovra economica?”
Oddio che colpo secco, come si risponde ad una bambina di undici mesi?
N: “Ma vedi, di fondo direi di no ma spero che ci siano comunque spazi per dare respiro all’economia”. Bravo Nicolò, diplomatico come non mai, stai a guardare dove ti vuole portare.
G. “Pensi che funzionerà?”. E qui non ho capito che era un tranello.
N: “Spero proprio che funzioni, che i mercati rispondano bene e che l’Europa sia serena guardando alla nostra economia”. E’ incredibile la quantità di cose che non penso io sia riuscito a dire. E l’ho pagata.
G: “Mah, io sono perplessa. I mercati ormai vanno a prescindere dalle decisioni del Governo, fortunatamente. Mentre l’Europa non ha alternative. E’ come se tu ti comprassi un bilico di cocomeri il 20 di agosto e poi ti chiedessero cosa ne pensi dei cocomeri. E’ chiaro che hai paura che ti rimangano lì, ti chiedi perché diamine li hai presi ma dici che sono ottimi in questo periodo. Rendo?”
N: “Rendi bene, in effetti con tutto il tira e molla che c’è stato se i mercati avessero aspettato ci sarebbe stato un collasso, temo.” Prendo tempo, ho colto che la domanda era a trabocchetto e temo lo sviluppo, ormai sono in difesa.
G: “Sai secondo me cosa doveva servire in realtà la manovra?”
N: “Dimmi”.
G: “Doveva farci capire lo stato di salute di chi ci governa, era l’occasione per trasmetterci serenità, per farci capire che siamo in un periodo difficile ma noi ci siamo”.
N: “Wow, è vero, abbiamo perso un’occasione, dovevamo chiedere un segnale”. La assecondo ma sono pienamente in linea, la mia cucciola.
G: “Sai cosa avrei voluto sentirmi dire? Anzi sai cosa voglio dire a tutti voi, voi che dovete pensare al mio bene?”.
Oddio è di fuoco, comincio a pensare di doverle mettere il ciuccio per placarla ma sarebbe come puntare uno stuzzicadente contro un Pitbull.
G: “Dovete insegnarmi che l’uovo oggi è un’illusione, che devo avere la forza di procrastinare le gratificazioni di oggi perché domani saranno più grandi. Dovete dirmi che domani c’è la gallina, che l’uovo oggi non c’è e se c’è serve per fare una gallina. Invece siete cresciuti col mito del poco ma subito, non sapete guardare oltre ad un uovo e ogni tanto alcuni pensano anche di non meritarsi la gallina domani. Siete abituati a mettere i soldi nel materasso a pensare a come sistemare i problemi di oggi, a prescindere dal fatto che ne creino altri domani. Vi siete fatti fregare, avete paura del futuro perché non capite che il futuro è già domani, non è un tunnel buio e lontano. La gallina è domani, non è fra mille anni, è solo domani. Serve coraggio e serve fiducia in chi mi garantisce la gallina domani.”
Ormai è paonazza, cerco con lo sguardo il ciuccio, dovesse servire con un balzo posso raggiungerlo e darglielo.
G: “E sai un’altra cosa, non mi serve neppure l’uovo oggi. Non saprei cosa farmene dell’uovo oggi. Voglio vedere che c’è un bel progetto per far diventare il mio uovo una gallina, non voglio mettere al sicuro un semplice uovo”.
E’ cotta dura, non si è mai seduta durante tutta la dissertazione, sempre sulle sue gambe tremanti con le mani appoggiate al divano, le nocche bianche e lo sguardo verso di me. Lo sguardo pieno di fiducia. Ecco, questo è incredibile, in poche battute mi ha fatto vedere cosa non stavo facendo per il suo avvenire ma lei non ha smesso un attimo di avere fiducia. Adesso si è calmata, si stropiccia gli occhi, la solevo e la porto a letto, mi guarda e sorride e mi dice: “Insegnami ad aspettare la gallina, te ne sarò grato quando sarà mia”.

martedì 20 settembre 2011

il bluff della tavola rotonda.

Il mito di Re Artù e della spada nella roccia, la tavola rotonda, il mago Merlino, Lancillotto, Ginevra, ecc ecc lo conoscete tutti vero?! Se non lo conoscete la solita Wikipedia vi darà velocemente una mano.
In breve, quella di re Artù è una leggenda che si svolge in Gran Bretagna. Il giovane Artù estrae la spada dalla roccia (excalibur) e diventa Re. Il Mago Merlino, valido consigliere, crea per lui una tavola rotonda dove far sedere tutti i cavalieri del suo regno per prendere decisioni solenni.
A seconda della versione i cavalieri del Re sono 15 o 150 o un numero intermedio. Merlino costruisce un posto che rimane sempre libero ed è destinato ad un cavaliere particolare, quello che troverà il santo Gral, mi pare. Quindi nella leggenda si intrecciano miti pagani, fede cristiana, ecc ecc.
Io la tomba di Re Artù l’ho anche vista, si trova nel sud dell’Inghilterra, a Glastonbury. Molto bello come posto.

Ma torniamo al succo. Sulla tavola i cavalieri deponevano le loro spade e la forma era circolare perché a quel desco nessuno era diverso dagli altri. Nessuno era superiore, anche se c’era il Re in persona, le opinioni di tutti avevano pari dignità. Bellissimo esempio di parità fra gli uomini, quanti manager hanno creato il loro gruppo di lavoro attorno al mito della tavola rotonda. Quante volte ci si è tolti i gradi sedendosi ad un tavolo circolare, senza nessuno a capotavola, senza imbarazzi su dove sedersi e si è discusso in parità. Tante volte, magari sostituendo le spade coi cellulari.
Il problema è che lo schema tavola rotonda non funziona, è un bluff.
Tralasciamo due particolari, il primo è che Lancillotto si inzuppava Ginevra, evidente segnale che troppa parità fa male, il secondo è che il Re comunque metteva sul tavolo Excalibur, mica una spada qualunque, come dire “siamo tutti uguali ma la mia spada (che fra qualche centinaia di anni qualcuno assocerà ad un fallo) è speciale”.
Bene, perché fallisce, perché non è replicabile? Il problema è sempre quello, l’eccessiva difesa dell’uguaglianza. L’uguaglianza (che in tutta ignoranza pensavo si scrivesse ugualianza) non è un valore, la diversità lo è. La tavola rotonda per renderci tutti uguali abbassa le eccellenze mica innalza le mediocrità. E il risultato è uno solo, nessuno che si prende una responsabilità. Caro Artù per fare “l’uguale” hai permesso che nessuno si assumesse responsabilità, che ci nascondessimo nelle riunioni dietro al mito di “è una decisione di gruppo”. Non funziona, il gruppo deve avere un leader conclamato, non basta che metta lo spadone sul tavolo, deve distribuire responsabilità, delegare. Mi piace il concetto di leadership itinerante ma non quello della deresponsabilizzazione del gruppo. Eliminiamo i tavoli tondi, se ci sono otto persone in riunione è meglio un tavolo ottagonale, ognuno ha uno spazio per assumersi una responsabilità precisa, non può farla girare attorno al tavolo.
Potremmo andare oltre e dire che la leadership di Artù, derivando da un gesto “magico”, non era così forte, mica era Steve Jobs che si era creato Camelot e tutto il resto, era un pivello “unto del Signore”. Quando mancano i risultati in genere non basta. Poi aveva un consulente invasivo: immaginate che arriva Merlino nella sala del consiglio e dice “via questo tavolone rettangolare, da domani tavolone tondo e tutti con sedie uguali”. Mi immagino le chiacchiere al caffè: “sono anni che andiamo avanti così, ma questo è un designer o un consulente?”; “Una volta servivano fatti per mandare avanti un regno, mica un tavolo!!”, “e poi ”ma il Re cosa si è bevuto, adesso non si vuole prendere responsabilità, quando la barca affonda tutti colpevoli”. E mi immagino Lancillotto che dice “bisognerebbe dargli una lezione” e si inzuppa Ginevra.
Quindi il risultato è che lo schema tavola rotonda è fallito, che servono tavole dove ci si possa guardare in faccia, che servono leader che ci ispirino ma servono persone pronte ad assumersi una responsabilità, si possono condividere le scelte, le strategie ma poi serve che ognuno si senta responsabile di una fetta di tavolo.

giovedì 15 settembre 2011

Esiste civiltà in giro...sono stato all'IKEA

Non so quando pubblicherò questo post. Intanto vi svelo un segreto, circa l’80% dei miei post sono scritti in diretta o in differita (magari scritti di sera ma pubblicati il giorno dopo), ce se sono però alcuni che aspettano settimane per essere pubblicati, magari perché nascono in un periodo “prolifero”.
Questo è uno di quelli, lo scrivo nel bel mezzo del caldo africano di fine agosto ma forse “uscirà” solo a settembre avanzato.
Premesso questo, sono in un periodo in cui vedo scarsa fiducia nei confronti dell’essere umano, ognuno è portato a tutelare se stesso, a chiudersi dentro al proprio steccato famigliare e ha pensare “mors tua vita mea”. In parte è la crisi in parte è la società che i nostri “reggenti” hanno creato per noi (e che noi abbiamo permesso creassero). In questo contesto di sfiducia si colloca come una “Coca Cola nel deserto” (Cit. F.Buffa) un pomeriggio all’IKEA. Bene, altra premessa. Non mi interessano eventuali commenti del tipo “ma loro fanno lavorare bambini indopachistani e sfruttano, inquinano, stuprano, uccidono, "nazzistano", torturano, spruzzano vecchiette quando piove con l’auto, svitano saliere nei ristoranti, suonano campanelli e scappano e la fanno fuori dalla tazza”. Parlerò di cosa ho visto all’IEA di Rimini e perché mi ha dato un po’ di speranza.
Arrivi e trovi parcheggi ampi destinati alle famiglie. Quindi non mi devo preoccupare di non scorticare altre macchine per scaricare il passeggino o per slegare mia figlia. Ci sono anche zone dedicate al carico e scarico per i clienti ma questo è quasi banale. Ovviamente uno dei parcheggi destinati alle famiglie è stato ingiustamente occupato da un signore che avrà pensato “guarda come sono figo a parcheggiare così vicino all’ingresso e dentro le righe”.
Poi si entra e c’è lo spazio in cui lasciare i bimbi. Gaia è troppo piccola e comunque è troppo divertente portare i bimbi in giro per l’IKEA però è bello che ci sia questo spazio. Tenete presente che ogni spazio che vi citerò è spazio potenzialmente destinato alla vendita che viene usato diversamente. Gli spazi commerciali sono molto importanti e destinarne ad attività accessorie non è mai banale. Proseguiamo, ci sono quattro tipi di toilette: uomo, donna, disabili e “famiglia”. Ho guardato quest’ultimo e all’interno ci sono una tazza normale ed un mini water molto buffo, mi sono immaginato babbo e figlio che cagano, il babbo con la Gazzetta e il bimbo con Topolino. Dentro ad ogni toilette si trova un fasciatoio comodo e nei servizi chiusi c’è sempre un seggiolino a parete (con tanto di cinture di sicurezza) dove far accomodare tuo figlio mentre pisci. Sembra banale ma andate all’IKEA da soli con un figlio di un anno e mezzo… Voi direte “io non ci vado con un figlio così piccolo”. Il succo è questo, tutti questi strumenti invece rendono possibile andarci senza alcuna difficoltà. Ma proseguiamo. Ho visto due sale relax, per curiosità ho guardato dentro ad una e si tratta di una piccola stanza con un mobile bagno e lavello dove poter allattare o far addormentare il tuo bambino. Ci sono una poltrona, dei cuscini, una luce molto calda e tranquilla, musica e tanta pulizia.
Al ristorante ci sono posti riservati a persone disabili o a donne in stato interessante. Ci sono dei bavaglini di carta usa e getta e da buon italiano ne ho presi tre, giusto per sprecare un po’ di cose. Ci sono almeno una decina di seggioloni (è vero, li fanno loro, però sono una decina, non due o tre).
Al centro della zona caffè c’è uno spazio destinato ai giochi per i piccoli che si porta via lo spazio di almeno 5 tavoli. Però Gaia si è spataccata a giocarci e dall’emozione ha pure cagato. Ah, visti i bagni penso che adesso ogni volta che Gaia deve essere cambiata andrò all’IKEA.

Mi fermo con un paio di considerazioni. Primo, tutto quello che ho visto era integro a parte un seggiolino da bagno cui mancavano le cinture. Infine, tutto questo mi è piaciuto perché non ha a che fare con la vendita, almeno non direttamente. Ci altre mille cose furbe che all’IKEA fanno per incentivare la vendita ma quello che vi ho elencato io sono servizi accessori.

Perché tuto questo mi fa stare bene? Perché è civiltà, perché significa che l’uomo può essere molto civile.

lunedì 12 settembre 2011

la favola dell'ippopotama

Un giorno mi hanno raccontato questa storia. Non l'ho più trovata su infernet ma sono riuscito a ricostruirla, credo. Mi piace, non so perchè ma mi piace.

Un giorno nella savana una giovane ippopotama stava guardando annoiata la Tv con i suoi amici. All’improvviso sullo schermo apparvero le immagini di un balletto.

La giovane ippopotama ne rimase affascinata e decise di diventare una ballerina. Informò i compagni del branco che però erano scettici al riguardo e che le dissero “sei troppo grassa”, “sei sgraziata, non potrai imparare”, “per diventare ballerina ci vogliono anni e tu non sei più una bambina”.
Alla giovane ippopotama non importava quello che i suoi compagni le dicevano, lei era rimasta colpita dal sorriso della ballerina, sapeva che il ballo rendeva felice quella ragazza e che avrebbe reso felice anche lei.
Disse allora a tutto il suo branco che il mese dopo avrebbe fatto uno spettacolo di danza e di chiamare tutti gli animali nella radura per assistervi.
Ogni giorno la giovane ippopotama provava per ore e ore, senza mai stancarsi. I suoi muscoli si scioglievano, cominciava a sentire la musica e, soprattutto, sorrideva sempre e non era più annoiata. Si sentiva bella, leggera ed elegante come non mai. I suoi compagni la vedevano sempre sorridere, quando finiva gli allenamenti e cominciavano a pensare id essersi sbagliati su di lei.
Finalmente venne il giorno dello spettacolo e nella savana si era talmente sparsa la voce che non mancava nessuno.
La giovane ippopotama era un po’ tesa ma sorrideva, era felice.
Cominciò lo show, si aprì il sipario, buio in sala, poi la musica poi le luci e poi, finalmente, lei. Avvolta in un tutù rosa e con le guance truccate con lo stesso tono di colore. Sorrideva al centro del palco già in posa per partire.
I cinque minuti successivi diede luce allo spettacolo di danza più sgraziato ed imbarazzante che si sia mai visto. La giovane ippopotama era grassa, impacciata, fuori tempo e senza alcun senso del ritmo. I suoi passi erano pesanti e assurdi. Ma sorrideva. Gli animali da prima erano sbigottiti e imbarazzatati per lei ma poi cominciarono a fischiare ed ad urlare con cattiveria. Molti ridevano di lei a la insultavano.
La giovane ippopotama non si fermò, ballò tutto il suo pezzo sorridendo ed alla fine fece un profondo inchino mentre i fischi e le urla sibilavano verso il palco. A quel punto il leone tuonò: “Basta, silenzio. Ippopotama, abbiamo assistito ad uno spettacolo vergognoso e pietoso, dimmi perché sorridi, non sentivi gli urli e gli insulti?”.
L’ippopotama fece un profondo respiro, sorrise profondamente e fece un altro inchino. Poi, poco prima di uscire sussurrò “la performance era per il pubblico ma il ballo, signori, il ballo era solo il mio. Grazie”.

Da allora non smise mai di sorridere, aveva trovato cosa la rendeva felice e non le importava cosa vedevano gli altri, la sua anima volava e ballava a ritmo di musica

martedì 6 settembre 2011

La serenità nella resa e nel fallimento.

Quest’estate mi sono avventurato in una vacanza in montagna. Il mio approccio eroico e epico alle cose mi ha portato a mettermi a dieta nei mesi precedenti e nell’andare a correre quattro mattine a settimana nel mese precedente alla partenza. Per essere ancora più eroico andavo a correre la mattina alle 6.00, mica tanto mezzoretta.


Volevo essere in forma, dato che dovevo portare Gaia sulle spalle, e volevo essere in grado di scarpinare, di farmi qualche bella escursione. Quindi c’ho lavorato. Appena arrivato in montagna mi si presenta l’occasione, Andrea (il mio amico genio) ha lanciato la sfida: chi c’è per la camminata al Velo? Il Velo è il rifugio “Velo della Madonna”. Da san Martino di Castrozza, base di partenza, sono 3 ore abbondanti a salire e 2 ore e mezza a scendere ma soprattutto sono 900 metri di dislivello. La sfida mi ha ingolosito e la mattina del quarto giorno siamo partiti, i gironi precedenti con Gaia sulle spalle era andato tutto bene, la preparazione dava i suoi frutti. Non sapevo esattamente cosa mi aspettasse. Avevo capito che si trattava di qualcosa di impegnativo, dato che nessun altro si era aggregato, ma non avevo colto quanto. In realtà al “quanto” ero anche pronto, non ero pronto al “come”. Siamo partiti Andrea, La Tigre (cane) e io. Il sentiero comincia subito in modo impegnativo e dopo i primi 20 minuti di avvio di inerpica per più di un’ora in maniera sostanziosa con molti tratti del bosco dove si sale grazie a degli scalini. Questo mi aveva provato, pensavo ad una camminato lunga e impegnativa ma l’avvio è stato tirato. A questa prima parte fa seguito un lungo tratto in lieve salita. Dura poco più di un’ora, questa seconda parte. Lieve pendenza, sentiero stretto ed aperto con possibilità di ammirare il panorama che offre costeggiare un monte. In questo lungo tratto ho provato a recuperare le forze, cercando di non sollecitare troppo il ginocchio che aveva risentito dei tanti ed alti scalini. Giunti verso la fine ma con il rifugio sadicamente nascosto dalla parete da salire, il sentiero di inerpica nuovamente, per un po’ meno di un’ora. In questo tratto vi è pure un punto con una fune in metallo cui aggrapparsi per aiutarsi a salire. Ecco, superato questo punto ho dovuto dichiarare la mia resa. Mi sono fermato perché il ginocchio era stanco. Non avevo male, non lo sentivo dolorante, lo sentivo stanco. Ci siamo fermati una ventina di minuti ma ho capito che non sarei riuscito ad andare oltre. Dopo più di tre ore di camminata ero bloccato a 10/15 minuti dalla vetta. E non sono andato avanti, mi sono fermato, ho riposato, mi son girato e sono ripartito verso la discesa. Andrea e Tigre sono andati avanti fino alla cima, io pian pianino sono sceso fino a valle. E ricordo esattamente la mia emozione del momento. Ero felice, felice di essermi fermato. Stavo scendendo, sentivo che il ginocchio andava bene, sapevo cosa aspettarmi dal percorso, quali erano le criticità e non avevo timori riguardo al riuscire a tornare a valle. Ho pensato molto in quelle due orette in solitaria, mentre scendevo. Ho pensato al fallimento della mia impresa, al fatto che quattro mesi di dieta e un mese id preparazione fisica non fossero bastati a fare una cosa che goli anziani fanno senza problemi senza doversi preparare affatto. Durante le sei ore abbondanti della giornata ho incontrato di tutto, ragazzini, bambini, mamme, anziani e tutti sono saliti in cima e sono abbastanza sicuro di essere stato il più preparato di tutti. Non il più in forma, è evidente, però il più preparato, quello che si era dedicato maggiormente alla montagna nei mesi precedenti.
Perché scendendo allora e anche oggi, a distanza di tempo, non ricordo quella salita come una sconfitta? Perché non è stato un fallimento, perché non ricordo quel giorno con delusione? Perchè è stato facile decidere di fermarsi, accettare che non ce l'avrei fatta? Solitamente sono molto orgoglioso, non mi piace non riuscire. Anzi, di più, non mi piace cimentarmi in cose in cui non ho ragionevole certezza di riuscire. Figurarsi mesi di preparazione che non portano al successo cosa comportano. Non ho neppure l’alibi di dire “ok, ma non ero in forma, non ho avuto tempo, mi fossi preparato”. No, ero al meglio di quello che potevo essere in quel momento (certo avessi avuto sei mesi di ferie ed un personal trainer sarei stato più in forma ma per quello che mi è concesso ero al top).

Oggi ho capito. E’ stata tutta la preparazione a rendere dolce il fallimento. E’ stato il fatto che mi ero impegnato che ha reso accettabile rinunciare a 10 minuti dalla fine dopo più di 3 ore di lotta. Perché non avevo nulla di rimproverarmi, perché la performance può anche essere insufficiente ma l’allenamento è stato più che adeguato, Perché se sei sicuro di essere pronto, se ti presenti alla performance preparato puoi anche permetterti di fallire.