Cosekeso?

Ciao, questo è il mio blog, il blog nel quale ogni tanto svuoto la mia testa dai vari elementi che la riempiono.
Non c'è quasi nulla di originale, i miei pensieri sono rivisitazioni o rielaborazioni di quello che l'ambiente mi insegna e propone.

Se leggerai qualcosa "buona lettura", se non leggerai nulla "buona giornata"

ATTENZIONE: contiene opinioni altamente personali e variabili

martedì 27 settembre 2011

Gaia, la manovra economica e le galline

Gaia sta crescendo, fra qualche mese avrà una sorellina e forse non avrà più tempo per me, forse non verrà più a pormi i suoi dubbi esistenziali, a coinvolgermi nei suoi ragionamenti. Me la immagino che si atteggia a donnina mentre spiega la vita alla piccolina.

Mentre sono steso sul nuovo divano la guardo giocare e penso a queste cose.

Ad un certo punto lascia cadere un mattoncino in gomma, mi guarda, si alza tremolante sulle gambe ma ferma nello sguardo e come suo solito copre la distanza fra lei e me reggendosi al divano. Il suo sguardo è fermo ed ipnotico, non riesco a distogliere il mio dal suo. Ha in mente qualcosa.
G: “Sei contento della manovra economica?”
Oddio che colpo secco, come si risponde ad una bambina di undici mesi?
N: “Ma vedi, di fondo direi di no ma spero che ci siano comunque spazi per dare respiro all’economia”. Bravo Nicolò, diplomatico come non mai, stai a guardare dove ti vuole portare.
G. “Pensi che funzionerà?”. E qui non ho capito che era un tranello.
N: “Spero proprio che funzioni, che i mercati rispondano bene e che l’Europa sia serena guardando alla nostra economia”. E’ incredibile la quantità di cose che non penso io sia riuscito a dire. E l’ho pagata.
G: “Mah, io sono perplessa. I mercati ormai vanno a prescindere dalle decisioni del Governo, fortunatamente. Mentre l’Europa non ha alternative. E’ come se tu ti comprassi un bilico di cocomeri il 20 di agosto e poi ti chiedessero cosa ne pensi dei cocomeri. E’ chiaro che hai paura che ti rimangano lì, ti chiedi perché diamine li hai presi ma dici che sono ottimi in questo periodo. Rendo?”
N: “Rendi bene, in effetti con tutto il tira e molla che c’è stato se i mercati avessero aspettato ci sarebbe stato un collasso, temo.” Prendo tempo, ho colto che la domanda era a trabocchetto e temo lo sviluppo, ormai sono in difesa.
G: “Sai secondo me cosa doveva servire in realtà la manovra?”
N: “Dimmi”.
G: “Doveva farci capire lo stato di salute di chi ci governa, era l’occasione per trasmetterci serenità, per farci capire che siamo in un periodo difficile ma noi ci siamo”.
N: “Wow, è vero, abbiamo perso un’occasione, dovevamo chiedere un segnale”. La assecondo ma sono pienamente in linea, la mia cucciola.
G: “Sai cosa avrei voluto sentirmi dire? Anzi sai cosa voglio dire a tutti voi, voi che dovete pensare al mio bene?”.
Oddio è di fuoco, comincio a pensare di doverle mettere il ciuccio per placarla ma sarebbe come puntare uno stuzzicadente contro un Pitbull.
G: “Dovete insegnarmi che l’uovo oggi è un’illusione, che devo avere la forza di procrastinare le gratificazioni di oggi perché domani saranno più grandi. Dovete dirmi che domani c’è la gallina, che l’uovo oggi non c’è e se c’è serve per fare una gallina. Invece siete cresciuti col mito del poco ma subito, non sapete guardare oltre ad un uovo e ogni tanto alcuni pensano anche di non meritarsi la gallina domani. Siete abituati a mettere i soldi nel materasso a pensare a come sistemare i problemi di oggi, a prescindere dal fatto che ne creino altri domani. Vi siete fatti fregare, avete paura del futuro perché non capite che il futuro è già domani, non è un tunnel buio e lontano. La gallina è domani, non è fra mille anni, è solo domani. Serve coraggio e serve fiducia in chi mi garantisce la gallina domani.”
Ormai è paonazza, cerco con lo sguardo il ciuccio, dovesse servire con un balzo posso raggiungerlo e darglielo.
G: “E sai un’altra cosa, non mi serve neppure l’uovo oggi. Non saprei cosa farmene dell’uovo oggi. Voglio vedere che c’è un bel progetto per far diventare il mio uovo una gallina, non voglio mettere al sicuro un semplice uovo”.
E’ cotta dura, non si è mai seduta durante tutta la dissertazione, sempre sulle sue gambe tremanti con le mani appoggiate al divano, le nocche bianche e lo sguardo verso di me. Lo sguardo pieno di fiducia. Ecco, questo è incredibile, in poche battute mi ha fatto vedere cosa non stavo facendo per il suo avvenire ma lei non ha smesso un attimo di avere fiducia. Adesso si è calmata, si stropiccia gli occhi, la solevo e la porto a letto, mi guarda e sorride e mi dice: “Insegnami ad aspettare la gallina, te ne sarò grato quando sarà mia”.

martedì 20 settembre 2011

il bluff della tavola rotonda.

Il mito di Re Artù e della spada nella roccia, la tavola rotonda, il mago Merlino, Lancillotto, Ginevra, ecc ecc lo conoscete tutti vero?! Se non lo conoscete la solita Wikipedia vi darà velocemente una mano.
In breve, quella di re Artù è una leggenda che si svolge in Gran Bretagna. Il giovane Artù estrae la spada dalla roccia (excalibur) e diventa Re. Il Mago Merlino, valido consigliere, crea per lui una tavola rotonda dove far sedere tutti i cavalieri del suo regno per prendere decisioni solenni.
A seconda della versione i cavalieri del Re sono 15 o 150 o un numero intermedio. Merlino costruisce un posto che rimane sempre libero ed è destinato ad un cavaliere particolare, quello che troverà il santo Gral, mi pare. Quindi nella leggenda si intrecciano miti pagani, fede cristiana, ecc ecc.
Io la tomba di Re Artù l’ho anche vista, si trova nel sud dell’Inghilterra, a Glastonbury. Molto bello come posto.

Ma torniamo al succo. Sulla tavola i cavalieri deponevano le loro spade e la forma era circolare perché a quel desco nessuno era diverso dagli altri. Nessuno era superiore, anche se c’era il Re in persona, le opinioni di tutti avevano pari dignità. Bellissimo esempio di parità fra gli uomini, quanti manager hanno creato il loro gruppo di lavoro attorno al mito della tavola rotonda. Quante volte ci si è tolti i gradi sedendosi ad un tavolo circolare, senza nessuno a capotavola, senza imbarazzi su dove sedersi e si è discusso in parità. Tante volte, magari sostituendo le spade coi cellulari.
Il problema è che lo schema tavola rotonda non funziona, è un bluff.
Tralasciamo due particolari, il primo è che Lancillotto si inzuppava Ginevra, evidente segnale che troppa parità fa male, il secondo è che il Re comunque metteva sul tavolo Excalibur, mica una spada qualunque, come dire “siamo tutti uguali ma la mia spada (che fra qualche centinaia di anni qualcuno assocerà ad un fallo) è speciale”.
Bene, perché fallisce, perché non è replicabile? Il problema è sempre quello, l’eccessiva difesa dell’uguaglianza. L’uguaglianza (che in tutta ignoranza pensavo si scrivesse ugualianza) non è un valore, la diversità lo è. La tavola rotonda per renderci tutti uguali abbassa le eccellenze mica innalza le mediocrità. E il risultato è uno solo, nessuno che si prende una responsabilità. Caro Artù per fare “l’uguale” hai permesso che nessuno si assumesse responsabilità, che ci nascondessimo nelle riunioni dietro al mito di “è una decisione di gruppo”. Non funziona, il gruppo deve avere un leader conclamato, non basta che metta lo spadone sul tavolo, deve distribuire responsabilità, delegare. Mi piace il concetto di leadership itinerante ma non quello della deresponsabilizzazione del gruppo. Eliminiamo i tavoli tondi, se ci sono otto persone in riunione è meglio un tavolo ottagonale, ognuno ha uno spazio per assumersi una responsabilità precisa, non può farla girare attorno al tavolo.
Potremmo andare oltre e dire che la leadership di Artù, derivando da un gesto “magico”, non era così forte, mica era Steve Jobs che si era creato Camelot e tutto il resto, era un pivello “unto del Signore”. Quando mancano i risultati in genere non basta. Poi aveva un consulente invasivo: immaginate che arriva Merlino nella sala del consiglio e dice “via questo tavolone rettangolare, da domani tavolone tondo e tutti con sedie uguali”. Mi immagino le chiacchiere al caffè: “sono anni che andiamo avanti così, ma questo è un designer o un consulente?”; “Una volta servivano fatti per mandare avanti un regno, mica un tavolo!!”, “e poi ”ma il Re cosa si è bevuto, adesso non si vuole prendere responsabilità, quando la barca affonda tutti colpevoli”. E mi immagino Lancillotto che dice “bisognerebbe dargli una lezione” e si inzuppa Ginevra.
Quindi il risultato è che lo schema tavola rotonda è fallito, che servono tavole dove ci si possa guardare in faccia, che servono leader che ci ispirino ma servono persone pronte ad assumersi una responsabilità, si possono condividere le scelte, le strategie ma poi serve che ognuno si senta responsabile di una fetta di tavolo.

giovedì 15 settembre 2011

Esiste civiltà in giro...sono stato all'IKEA

Non so quando pubblicherò questo post. Intanto vi svelo un segreto, circa l’80% dei miei post sono scritti in diretta o in differita (magari scritti di sera ma pubblicati il giorno dopo), ce se sono però alcuni che aspettano settimane per essere pubblicati, magari perché nascono in un periodo “prolifero”.
Questo è uno di quelli, lo scrivo nel bel mezzo del caldo africano di fine agosto ma forse “uscirà” solo a settembre avanzato.
Premesso questo, sono in un periodo in cui vedo scarsa fiducia nei confronti dell’essere umano, ognuno è portato a tutelare se stesso, a chiudersi dentro al proprio steccato famigliare e ha pensare “mors tua vita mea”. In parte è la crisi in parte è la società che i nostri “reggenti” hanno creato per noi (e che noi abbiamo permesso creassero). In questo contesto di sfiducia si colloca come una “Coca Cola nel deserto” (Cit. F.Buffa) un pomeriggio all’IKEA. Bene, altra premessa. Non mi interessano eventuali commenti del tipo “ma loro fanno lavorare bambini indopachistani e sfruttano, inquinano, stuprano, uccidono, "nazzistano", torturano, spruzzano vecchiette quando piove con l’auto, svitano saliere nei ristoranti, suonano campanelli e scappano e la fanno fuori dalla tazza”. Parlerò di cosa ho visto all’IEA di Rimini e perché mi ha dato un po’ di speranza.
Arrivi e trovi parcheggi ampi destinati alle famiglie. Quindi non mi devo preoccupare di non scorticare altre macchine per scaricare il passeggino o per slegare mia figlia. Ci sono anche zone dedicate al carico e scarico per i clienti ma questo è quasi banale. Ovviamente uno dei parcheggi destinati alle famiglie è stato ingiustamente occupato da un signore che avrà pensato “guarda come sono figo a parcheggiare così vicino all’ingresso e dentro le righe”.
Poi si entra e c’è lo spazio in cui lasciare i bimbi. Gaia è troppo piccola e comunque è troppo divertente portare i bimbi in giro per l’IKEA però è bello che ci sia questo spazio. Tenete presente che ogni spazio che vi citerò è spazio potenzialmente destinato alla vendita che viene usato diversamente. Gli spazi commerciali sono molto importanti e destinarne ad attività accessorie non è mai banale. Proseguiamo, ci sono quattro tipi di toilette: uomo, donna, disabili e “famiglia”. Ho guardato quest’ultimo e all’interno ci sono una tazza normale ed un mini water molto buffo, mi sono immaginato babbo e figlio che cagano, il babbo con la Gazzetta e il bimbo con Topolino. Dentro ad ogni toilette si trova un fasciatoio comodo e nei servizi chiusi c’è sempre un seggiolino a parete (con tanto di cinture di sicurezza) dove far accomodare tuo figlio mentre pisci. Sembra banale ma andate all’IKEA da soli con un figlio di un anno e mezzo… Voi direte “io non ci vado con un figlio così piccolo”. Il succo è questo, tutti questi strumenti invece rendono possibile andarci senza alcuna difficoltà. Ma proseguiamo. Ho visto due sale relax, per curiosità ho guardato dentro ad una e si tratta di una piccola stanza con un mobile bagno e lavello dove poter allattare o far addormentare il tuo bambino. Ci sono una poltrona, dei cuscini, una luce molto calda e tranquilla, musica e tanta pulizia.
Al ristorante ci sono posti riservati a persone disabili o a donne in stato interessante. Ci sono dei bavaglini di carta usa e getta e da buon italiano ne ho presi tre, giusto per sprecare un po’ di cose. Ci sono almeno una decina di seggioloni (è vero, li fanno loro, però sono una decina, non due o tre).
Al centro della zona caffè c’è uno spazio destinato ai giochi per i piccoli che si porta via lo spazio di almeno 5 tavoli. Però Gaia si è spataccata a giocarci e dall’emozione ha pure cagato. Ah, visti i bagni penso che adesso ogni volta che Gaia deve essere cambiata andrò all’IKEA.

Mi fermo con un paio di considerazioni. Primo, tutto quello che ho visto era integro a parte un seggiolino da bagno cui mancavano le cinture. Infine, tutto questo mi è piaciuto perché non ha a che fare con la vendita, almeno non direttamente. Ci altre mille cose furbe che all’IKEA fanno per incentivare la vendita ma quello che vi ho elencato io sono servizi accessori.

Perché tuto questo mi fa stare bene? Perché è civiltà, perché significa che l’uomo può essere molto civile.

lunedì 12 settembre 2011

la favola dell'ippopotama

Un giorno mi hanno raccontato questa storia. Non l'ho più trovata su infernet ma sono riuscito a ricostruirla, credo. Mi piace, non so perchè ma mi piace.

Un giorno nella savana una giovane ippopotama stava guardando annoiata la Tv con i suoi amici. All’improvviso sullo schermo apparvero le immagini di un balletto.

La giovane ippopotama ne rimase affascinata e decise di diventare una ballerina. Informò i compagni del branco che però erano scettici al riguardo e che le dissero “sei troppo grassa”, “sei sgraziata, non potrai imparare”, “per diventare ballerina ci vogliono anni e tu non sei più una bambina”.
Alla giovane ippopotama non importava quello che i suoi compagni le dicevano, lei era rimasta colpita dal sorriso della ballerina, sapeva che il ballo rendeva felice quella ragazza e che avrebbe reso felice anche lei.
Disse allora a tutto il suo branco che il mese dopo avrebbe fatto uno spettacolo di danza e di chiamare tutti gli animali nella radura per assistervi.
Ogni giorno la giovane ippopotama provava per ore e ore, senza mai stancarsi. I suoi muscoli si scioglievano, cominciava a sentire la musica e, soprattutto, sorrideva sempre e non era più annoiata. Si sentiva bella, leggera ed elegante come non mai. I suoi compagni la vedevano sempre sorridere, quando finiva gli allenamenti e cominciavano a pensare id essersi sbagliati su di lei.
Finalmente venne il giorno dello spettacolo e nella savana si era talmente sparsa la voce che non mancava nessuno.
La giovane ippopotama era un po’ tesa ma sorrideva, era felice.
Cominciò lo show, si aprì il sipario, buio in sala, poi la musica poi le luci e poi, finalmente, lei. Avvolta in un tutù rosa e con le guance truccate con lo stesso tono di colore. Sorrideva al centro del palco già in posa per partire.
I cinque minuti successivi diede luce allo spettacolo di danza più sgraziato ed imbarazzante che si sia mai visto. La giovane ippopotama era grassa, impacciata, fuori tempo e senza alcun senso del ritmo. I suoi passi erano pesanti e assurdi. Ma sorrideva. Gli animali da prima erano sbigottiti e imbarazzatati per lei ma poi cominciarono a fischiare ed ad urlare con cattiveria. Molti ridevano di lei a la insultavano.
La giovane ippopotama non si fermò, ballò tutto il suo pezzo sorridendo ed alla fine fece un profondo inchino mentre i fischi e le urla sibilavano verso il palco. A quel punto il leone tuonò: “Basta, silenzio. Ippopotama, abbiamo assistito ad uno spettacolo vergognoso e pietoso, dimmi perché sorridi, non sentivi gli urli e gli insulti?”.
L’ippopotama fece un profondo respiro, sorrise profondamente e fece un altro inchino. Poi, poco prima di uscire sussurrò “la performance era per il pubblico ma il ballo, signori, il ballo era solo il mio. Grazie”.

Da allora non smise mai di sorridere, aveva trovato cosa la rendeva felice e non le importava cosa vedevano gli altri, la sua anima volava e ballava a ritmo di musica

martedì 6 settembre 2011

La serenità nella resa e nel fallimento.

Quest’estate mi sono avventurato in una vacanza in montagna. Il mio approccio eroico e epico alle cose mi ha portato a mettermi a dieta nei mesi precedenti e nell’andare a correre quattro mattine a settimana nel mese precedente alla partenza. Per essere ancora più eroico andavo a correre la mattina alle 6.00, mica tanto mezzoretta.


Volevo essere in forma, dato che dovevo portare Gaia sulle spalle, e volevo essere in grado di scarpinare, di farmi qualche bella escursione. Quindi c’ho lavorato. Appena arrivato in montagna mi si presenta l’occasione, Andrea (il mio amico genio) ha lanciato la sfida: chi c’è per la camminata al Velo? Il Velo è il rifugio “Velo della Madonna”. Da san Martino di Castrozza, base di partenza, sono 3 ore abbondanti a salire e 2 ore e mezza a scendere ma soprattutto sono 900 metri di dislivello. La sfida mi ha ingolosito e la mattina del quarto giorno siamo partiti, i gironi precedenti con Gaia sulle spalle era andato tutto bene, la preparazione dava i suoi frutti. Non sapevo esattamente cosa mi aspettasse. Avevo capito che si trattava di qualcosa di impegnativo, dato che nessun altro si era aggregato, ma non avevo colto quanto. In realtà al “quanto” ero anche pronto, non ero pronto al “come”. Siamo partiti Andrea, La Tigre (cane) e io. Il sentiero comincia subito in modo impegnativo e dopo i primi 20 minuti di avvio di inerpica per più di un’ora in maniera sostanziosa con molti tratti del bosco dove si sale grazie a degli scalini. Questo mi aveva provato, pensavo ad una camminato lunga e impegnativa ma l’avvio è stato tirato. A questa prima parte fa seguito un lungo tratto in lieve salita. Dura poco più di un’ora, questa seconda parte. Lieve pendenza, sentiero stretto ed aperto con possibilità di ammirare il panorama che offre costeggiare un monte. In questo lungo tratto ho provato a recuperare le forze, cercando di non sollecitare troppo il ginocchio che aveva risentito dei tanti ed alti scalini. Giunti verso la fine ma con il rifugio sadicamente nascosto dalla parete da salire, il sentiero di inerpica nuovamente, per un po’ meno di un’ora. In questo tratto vi è pure un punto con una fune in metallo cui aggrapparsi per aiutarsi a salire. Ecco, superato questo punto ho dovuto dichiarare la mia resa. Mi sono fermato perché il ginocchio era stanco. Non avevo male, non lo sentivo dolorante, lo sentivo stanco. Ci siamo fermati una ventina di minuti ma ho capito che non sarei riuscito ad andare oltre. Dopo più di tre ore di camminata ero bloccato a 10/15 minuti dalla vetta. E non sono andato avanti, mi sono fermato, ho riposato, mi son girato e sono ripartito verso la discesa. Andrea e Tigre sono andati avanti fino alla cima, io pian pianino sono sceso fino a valle. E ricordo esattamente la mia emozione del momento. Ero felice, felice di essermi fermato. Stavo scendendo, sentivo che il ginocchio andava bene, sapevo cosa aspettarmi dal percorso, quali erano le criticità e non avevo timori riguardo al riuscire a tornare a valle. Ho pensato molto in quelle due orette in solitaria, mentre scendevo. Ho pensato al fallimento della mia impresa, al fatto che quattro mesi di dieta e un mese id preparazione fisica non fossero bastati a fare una cosa che goli anziani fanno senza problemi senza doversi preparare affatto. Durante le sei ore abbondanti della giornata ho incontrato di tutto, ragazzini, bambini, mamme, anziani e tutti sono saliti in cima e sono abbastanza sicuro di essere stato il più preparato di tutti. Non il più in forma, è evidente, però il più preparato, quello che si era dedicato maggiormente alla montagna nei mesi precedenti.
Perché scendendo allora e anche oggi, a distanza di tempo, non ricordo quella salita come una sconfitta? Perché non è stato un fallimento, perché non ricordo quel giorno con delusione? Perchè è stato facile decidere di fermarsi, accettare che non ce l'avrei fatta? Solitamente sono molto orgoglioso, non mi piace non riuscire. Anzi, di più, non mi piace cimentarmi in cose in cui non ho ragionevole certezza di riuscire. Figurarsi mesi di preparazione che non portano al successo cosa comportano. Non ho neppure l’alibi di dire “ok, ma non ero in forma, non ho avuto tempo, mi fossi preparato”. No, ero al meglio di quello che potevo essere in quel momento (certo avessi avuto sei mesi di ferie ed un personal trainer sarei stato più in forma ma per quello che mi è concesso ero al top).

Oggi ho capito. E’ stata tutta la preparazione a rendere dolce il fallimento. E’ stato il fatto che mi ero impegnato che ha reso accettabile rinunciare a 10 minuti dalla fine dopo più di 3 ore di lotta. Perché non avevo nulla di rimproverarmi, perché la performance può anche essere insufficiente ma l’allenamento è stato più che adeguato, Perché se sei sicuro di essere pronto, se ti presenti alla performance preparato puoi anche permetterti di fallire.

giovedì 1 settembre 2011

Superstizioni d'Italia

Partiamo chiarendo che questo post tratta di superstizioni e che porta bene, in fondo è specificato.
Allora, in Italia siamo tutti un po’ superstiziosi, quelli di noi più evoluti sono quelli del “non ci credo ma comunque lo faccio lo stesso”. Ho provato a far mente locale delle superstizioni che conosco, attendo il vostro contributo.
Dunque, non ci si mette a tavola per cenare in 13, pare che questo derivi dall’ultima cena e pare anche che in quell’occasione abbia portato sfiga.
Non si fa il bagno la mare per San Lorenzo (10 agosto). In estate temo che ogni giorno muoia qualcuno annegato ma quello che annega a San Lorenzo si becca sempre un “ah, certo che se fai il bagno a San Lorenzo te la cerchi”. Chissà se è legato alle stelle cadenti.
Non si incrocia più nulla, siano posate a tavola, strette di mano, calici durante il brindisi: vietato.
Non si dice auguri, meglio mandare a morire sbranati da un animale feroce o defecati da un cetaceo.
Ci sono poi i classici del non passare sotto le scale, non buttare via il pane (e non tenerlo rovesciato a tavola). Sempre a tavola non versare mai da bere a rovescio, non porta sfiga ma è da traditori. Come anche andare a pisciare da soli.
Veniamo a quelle macabre: non lasciare sul letto un cappello o una gruccia, questo perché lo si fa per i morti. Quando si incrocia un carro funebre ci si tocca, una volta solo i maschietti, per par condicio da qualche anno anche le donne hanno una parte del corpo da toccare per scacciare la sfiga. Attenzione, vale solo se il carro funebre è vuoto (e quindi da riempire).
Tornando agli amuleti, toccare ferro allontana tutti i mali, secondo alcuni anche toccare legno. Io proporrei anche toccare plastica, per una semplice ragione di accessibilità.
Cos’altro. Se vedete qualcuno con un indumento allacciato storto (zoppo è il termine tecnico) dovete slacciarlo e riallacciarlo dritto, altrimenti porta sfiga. Questa mi piace un sacco, averlo saputo a vent’anni l’avrei sfruttato per rimorchiare.
Sappiamo tutti che non si rompono gli specchi ma non vanno neppure tenuti uno di fronte all’altro a mezzanotte, attirano gli spiriti cattivi.
Poi ci sono le catene di Sant’Antonio da non spezzare. Una volta arrivano per posta, poi le mail hanno facilitato tutto, infine lo spam ha debellato ogni catena.
Se si rovescia il sale sappiamo tutti che dobbiamo buttarcelo dietro alle spalle tre volte. Il numero tre è da sempre un numero magico, il sale in terra veniva usato per bruciare le terre. Cartagine fu cosparsa di sale per rendere impossibile la ricostruzione della città e adesso lì c’è il deserto del Sahara, fate un po’ voi.
Di Venere e di Marte (venerdì e martedì) non ci si sposa e non si parte, noto a tutti anche se non ho mai saputo il perché. Mio nonno diceva anche che non ci si taglia le unghie nei giorni della settimana che contengono la lettera R (quindi sono ok sabato, domenica e lunedì, poi vi tocca aspettare che sia giovedì per potervi tagliare le unghie) questo non lo capisco ma tutt’oggi sono schedulato per farmi manicure e pedicure solo nei giorni buoni. In fin dei conti non ci credo, sono laureato ho una formazione scientifica ma….non mi costa nulla, non sono mai andato in giro tipo Freddy Krueger.
Gatto nero che attraversa la strada porta sfiga se chi lo vede inchioda di colpo, di sicuro gli arriverà qualcuno in culo. Non entro nel dettaglio delle superstizioni legate a tutti coloro che non sono negli standard e che la Chiesa ha contribuito a far diventare oggetti di superstizioni (ad esempio i gobbi), roba troppo ignorante pure per me. In compenso si dice qualcosa sulle suore vestite in bianco ma lascio a voi….
Ma la superstizione può anche essere positiva. Pestare una merda porta bene, peccato adesso sia un reato non pulirle, dieci anni fa eravamo un popolo più fortunato. Dire in simultanea una cosa con un’altra persona offre l’incredibile possibilità di veder esaudito un desiderio. Porta bene un quadrifoglio, da noi, da altre parti si fanno bastare i trifogli. L’osso di pollo è un’altra occasione di veder esaudito un desiderio. Le stelle cadenti sono infallibili, basta desiderare cose fattibili.
E poi chissà quanta roba mi dimentico, ma mi fermo qua. Nessuno di noi ci crede, come nessuno di noi segue l’oroscopo ma tutti se arriviamo in un posto in macchina e alla radio c’è l’oroscopo aspettiamo che arrivi il nostro segno prima di spegnere (ecco perché gli Ariete sono sempre in orario……).
Conosciamo le superstizioni ma non ci crediamo. Siamo più evoluti di semplici dicerie medioevali ma le facciamo lo stesso. Non è vero che porta sfiga ma una grattata ai maroni non ce la neghiamo mai….ecco perché concludo dicendo che leggere questo post porta bene. Cliccare sui contenuti pubblicitari della pagina porta un culo smisurato.

Non è vero ma non porta di certo sfiga.

Con affetto.