Cosekeso?

Ciao, questo è il mio blog, il blog nel quale ogni tanto svuoto la mia testa dai vari elementi che la riempiono.
Non c'è quasi nulla di originale, i miei pensieri sono rivisitazioni o rielaborazioni di quello che l'ambiente mi insegna e propone.

Se leggerai qualcosa "buona lettura", se non leggerai nulla "buona giornata"

ATTENZIONE: contiene opinioni altamente personali e variabili

martedì 6 settembre 2011

La serenità nella resa e nel fallimento.

Quest’estate mi sono avventurato in una vacanza in montagna. Il mio approccio eroico e epico alle cose mi ha portato a mettermi a dieta nei mesi precedenti e nell’andare a correre quattro mattine a settimana nel mese precedente alla partenza. Per essere ancora più eroico andavo a correre la mattina alle 6.00, mica tanto mezzoretta.


Volevo essere in forma, dato che dovevo portare Gaia sulle spalle, e volevo essere in grado di scarpinare, di farmi qualche bella escursione. Quindi c’ho lavorato. Appena arrivato in montagna mi si presenta l’occasione, Andrea (il mio amico genio) ha lanciato la sfida: chi c’è per la camminata al Velo? Il Velo è il rifugio “Velo della Madonna”. Da san Martino di Castrozza, base di partenza, sono 3 ore abbondanti a salire e 2 ore e mezza a scendere ma soprattutto sono 900 metri di dislivello. La sfida mi ha ingolosito e la mattina del quarto giorno siamo partiti, i gironi precedenti con Gaia sulle spalle era andato tutto bene, la preparazione dava i suoi frutti. Non sapevo esattamente cosa mi aspettasse. Avevo capito che si trattava di qualcosa di impegnativo, dato che nessun altro si era aggregato, ma non avevo colto quanto. In realtà al “quanto” ero anche pronto, non ero pronto al “come”. Siamo partiti Andrea, La Tigre (cane) e io. Il sentiero comincia subito in modo impegnativo e dopo i primi 20 minuti di avvio di inerpica per più di un’ora in maniera sostanziosa con molti tratti del bosco dove si sale grazie a degli scalini. Questo mi aveva provato, pensavo ad una camminato lunga e impegnativa ma l’avvio è stato tirato. A questa prima parte fa seguito un lungo tratto in lieve salita. Dura poco più di un’ora, questa seconda parte. Lieve pendenza, sentiero stretto ed aperto con possibilità di ammirare il panorama che offre costeggiare un monte. In questo lungo tratto ho provato a recuperare le forze, cercando di non sollecitare troppo il ginocchio che aveva risentito dei tanti ed alti scalini. Giunti verso la fine ma con il rifugio sadicamente nascosto dalla parete da salire, il sentiero di inerpica nuovamente, per un po’ meno di un’ora. In questo tratto vi è pure un punto con una fune in metallo cui aggrapparsi per aiutarsi a salire. Ecco, superato questo punto ho dovuto dichiarare la mia resa. Mi sono fermato perché il ginocchio era stanco. Non avevo male, non lo sentivo dolorante, lo sentivo stanco. Ci siamo fermati una ventina di minuti ma ho capito che non sarei riuscito ad andare oltre. Dopo più di tre ore di camminata ero bloccato a 10/15 minuti dalla vetta. E non sono andato avanti, mi sono fermato, ho riposato, mi son girato e sono ripartito verso la discesa. Andrea e Tigre sono andati avanti fino alla cima, io pian pianino sono sceso fino a valle. E ricordo esattamente la mia emozione del momento. Ero felice, felice di essermi fermato. Stavo scendendo, sentivo che il ginocchio andava bene, sapevo cosa aspettarmi dal percorso, quali erano le criticità e non avevo timori riguardo al riuscire a tornare a valle. Ho pensato molto in quelle due orette in solitaria, mentre scendevo. Ho pensato al fallimento della mia impresa, al fatto che quattro mesi di dieta e un mese id preparazione fisica non fossero bastati a fare una cosa che goli anziani fanno senza problemi senza doversi preparare affatto. Durante le sei ore abbondanti della giornata ho incontrato di tutto, ragazzini, bambini, mamme, anziani e tutti sono saliti in cima e sono abbastanza sicuro di essere stato il più preparato di tutti. Non il più in forma, è evidente, però il più preparato, quello che si era dedicato maggiormente alla montagna nei mesi precedenti.
Perché scendendo allora e anche oggi, a distanza di tempo, non ricordo quella salita come una sconfitta? Perché non è stato un fallimento, perché non ricordo quel giorno con delusione? Perchè è stato facile decidere di fermarsi, accettare che non ce l'avrei fatta? Solitamente sono molto orgoglioso, non mi piace non riuscire. Anzi, di più, non mi piace cimentarmi in cose in cui non ho ragionevole certezza di riuscire. Figurarsi mesi di preparazione che non portano al successo cosa comportano. Non ho neppure l’alibi di dire “ok, ma non ero in forma, non ho avuto tempo, mi fossi preparato”. No, ero al meglio di quello che potevo essere in quel momento (certo avessi avuto sei mesi di ferie ed un personal trainer sarei stato più in forma ma per quello che mi è concesso ero al top).

Oggi ho capito. E’ stata tutta la preparazione a rendere dolce il fallimento. E’ stato il fatto che mi ero impegnato che ha reso accettabile rinunciare a 10 minuti dalla fine dopo più di 3 ore di lotta. Perché non avevo nulla di rimproverarmi, perché la performance può anche essere insufficiente ma l’allenamento è stato più che adeguato, Perché se sei sicuro di essere pronto, se ti presenti alla performance preparato puoi anche permetterti di fallire.

giovedì 1 settembre 2011

Superstizioni d'Italia

Partiamo chiarendo che questo post tratta di superstizioni e che porta bene, in fondo è specificato.
Allora, in Italia siamo tutti un po’ superstiziosi, quelli di noi più evoluti sono quelli del “non ci credo ma comunque lo faccio lo stesso”. Ho provato a far mente locale delle superstizioni che conosco, attendo il vostro contributo.
Dunque, non ci si mette a tavola per cenare in 13, pare che questo derivi dall’ultima cena e pare anche che in quell’occasione abbia portato sfiga.
Non si fa il bagno la mare per San Lorenzo (10 agosto). In estate temo che ogni giorno muoia qualcuno annegato ma quello che annega a San Lorenzo si becca sempre un “ah, certo che se fai il bagno a San Lorenzo te la cerchi”. Chissà se è legato alle stelle cadenti.
Non si incrocia più nulla, siano posate a tavola, strette di mano, calici durante il brindisi: vietato.
Non si dice auguri, meglio mandare a morire sbranati da un animale feroce o defecati da un cetaceo.
Ci sono poi i classici del non passare sotto le scale, non buttare via il pane (e non tenerlo rovesciato a tavola). Sempre a tavola non versare mai da bere a rovescio, non porta sfiga ma è da traditori. Come anche andare a pisciare da soli.
Veniamo a quelle macabre: non lasciare sul letto un cappello o una gruccia, questo perché lo si fa per i morti. Quando si incrocia un carro funebre ci si tocca, una volta solo i maschietti, per par condicio da qualche anno anche le donne hanno una parte del corpo da toccare per scacciare la sfiga. Attenzione, vale solo se il carro funebre è vuoto (e quindi da riempire).
Tornando agli amuleti, toccare ferro allontana tutti i mali, secondo alcuni anche toccare legno. Io proporrei anche toccare plastica, per una semplice ragione di accessibilità.
Cos’altro. Se vedete qualcuno con un indumento allacciato storto (zoppo è il termine tecnico) dovete slacciarlo e riallacciarlo dritto, altrimenti porta sfiga. Questa mi piace un sacco, averlo saputo a vent’anni l’avrei sfruttato per rimorchiare.
Sappiamo tutti che non si rompono gli specchi ma non vanno neppure tenuti uno di fronte all’altro a mezzanotte, attirano gli spiriti cattivi.
Poi ci sono le catene di Sant’Antonio da non spezzare. Una volta arrivano per posta, poi le mail hanno facilitato tutto, infine lo spam ha debellato ogni catena.
Se si rovescia il sale sappiamo tutti che dobbiamo buttarcelo dietro alle spalle tre volte. Il numero tre è da sempre un numero magico, il sale in terra veniva usato per bruciare le terre. Cartagine fu cosparsa di sale per rendere impossibile la ricostruzione della città e adesso lì c’è il deserto del Sahara, fate un po’ voi.
Di Venere e di Marte (venerdì e martedì) non ci si sposa e non si parte, noto a tutti anche se non ho mai saputo il perché. Mio nonno diceva anche che non ci si taglia le unghie nei giorni della settimana che contengono la lettera R (quindi sono ok sabato, domenica e lunedì, poi vi tocca aspettare che sia giovedì per potervi tagliare le unghie) questo non lo capisco ma tutt’oggi sono schedulato per farmi manicure e pedicure solo nei giorni buoni. In fin dei conti non ci credo, sono laureato ho una formazione scientifica ma….non mi costa nulla, non sono mai andato in giro tipo Freddy Krueger.
Gatto nero che attraversa la strada porta sfiga se chi lo vede inchioda di colpo, di sicuro gli arriverà qualcuno in culo. Non entro nel dettaglio delle superstizioni legate a tutti coloro che non sono negli standard e che la Chiesa ha contribuito a far diventare oggetti di superstizioni (ad esempio i gobbi), roba troppo ignorante pure per me. In compenso si dice qualcosa sulle suore vestite in bianco ma lascio a voi….
Ma la superstizione può anche essere positiva. Pestare una merda porta bene, peccato adesso sia un reato non pulirle, dieci anni fa eravamo un popolo più fortunato. Dire in simultanea una cosa con un’altra persona offre l’incredibile possibilità di veder esaudito un desiderio. Porta bene un quadrifoglio, da noi, da altre parti si fanno bastare i trifogli. L’osso di pollo è un’altra occasione di veder esaudito un desiderio. Le stelle cadenti sono infallibili, basta desiderare cose fattibili.
E poi chissà quanta roba mi dimentico, ma mi fermo qua. Nessuno di noi ci crede, come nessuno di noi segue l’oroscopo ma tutti se arriviamo in un posto in macchina e alla radio c’è l’oroscopo aspettiamo che arrivi il nostro segno prima di spegnere (ecco perché gli Ariete sono sempre in orario……).
Conosciamo le superstizioni ma non ci crediamo. Siamo più evoluti di semplici dicerie medioevali ma le facciamo lo stesso. Non è vero che porta sfiga ma una grattata ai maroni non ce la neghiamo mai….ecco perché concludo dicendo che leggere questo post porta bene. Cliccare sui contenuti pubblicitari della pagina porta un culo smisurato.

Non è vero ma non porta di certo sfiga.

Con affetto.

mercoledì 31 agosto 2011

Generosità e il Padrino

Un giorno, e non arrivi mai quel giorno, ti chiederò di ricambiarmi il servizio, fino ad allora consideralo un regalo per le nozze di mia figlia. (Don Vito Corleone)

Questa è una celebre battuta del film “il Padrino” e mi cade a “fagiuolo” per una considerazione rispetto alla generosità. Nel momento in cui Don Vito dice la frase pone fortemente l’accento sull’espressione “e non arrivi mai quel giorno” evidenziando la sua disinteressata generosità (è realmente disinteressata solo nel senso che non vorrebbe doverla richiedere). Ed è così che dovrebbe essere, la generosità è fatta di azioni a senso-unico, non si può rendere conto della propria generosità. Se lo si fa è uno scambio: oggi io ti concedo il mio aiuto/supporto in cambio di qualcosa di analogo quando sarò io ad averne bisogno.
Attenzione, non voglio fare un discorso di morale, aiutare chi è in difficoltà è corretto sia quando si fanno gesti generosi (senza ritorno preventivato) sia quando si concede il proprio aiuto per ottenerne qualcosa, ovvio in quantità commiserata allo sforzo, altrimenti ha un altro nome, direi strozzinaggio, se non ricordo male.
Il mio obiettivo è di fare pulizia sui termini, sono stanco di sentire gente definirsi generosa solo perché “deve avere molti favori in giro”, le persone generose non si sentono in credito. Le persone generose sono quelle che sono soddisfatte dall’aver aiutato qualcuno in un momento di difficoltà.
Altro aspetto, la generosità è qualitativa. Non può essere dispensata a tutti, a meno che non si abbiano fatte scelte di vita estreme. La generosità, proprio perché è privazione (di tempo, di energie, di soldi, di risorse) non può essere troppo diffusa, diffidate da chi spande generosità per il mondo senza mai guardare a quanto fa, solo per “buon cuore”. Ci sono veri e propri professionisti nel disseminare il loro network (quanto fa figo usare il termine network) di favori fatti nella speranza di concentrare tutti i ritorni in un unico momento, magari per essere eletto a qualche carica, chissà. No, in genere i politici lavorano al contrario, prima ottengono il voto e poi si dimenticano le promesse. Ecco, noi tutti in cabina elettorale dovremmo essere meno generosi, non dovremmo dare via con così tanto altruismo il nostro voto disinteressandoci del ritorno.

Ma sto divagando. Il succo è che la generosità è un valore in questa nostra società ma che è corretto chiamare generosità solo un’azione disinteressata, solo se coincide con il privarsi di qualcosa e non è un investimento. In quest’ultimo caso è un’altra cosa, legittima, positiva ma non è generosità.

Se imparassimo a non confondere i termini ci faremmo confondere meno le idee.

domenica 28 agosto 2011

Social network and similar, how to fight. (or not?!)


Here I am for my new english post.
I’d like to talk about internet and social network.
Facebook, Twitter, Linkedin, Instagram, Google+, Flickr and on.
Everyone know what they are.
They are virtual reality. I know that there are a lot of society that try to prevent their employees to use during work time.
They say that this are in virtual world and the work is in the real world.
Just a couple of consideration. In my humble opinion (yes, I usually attend forum….) social network and similar aren’t virtual world. They are fake. Probably if you read about me in FB, or Likd or Twitter you'll find that I look cooler than reality but if you “googloize” me you find me, not a fake me.
The fact is that a lot of people think that is possible to hide their defects. Everyone would like to be a better person but the virtual world (that doesn’t exist) is not a safe world for liars.
Virtual world and real world are just world. If you think you can be better in one of two you’re wrong. Yes, improve Fb profile is easier than improve ourselves, but we have not to be lazy. In fact if you improve just your social profile you put yourself in a jail. There are too much network in the world, no escape for liar.
Another consideration. As I told many society are trying to block access to social network or similar. Other society are trying to take advantage of SN.
I’d like to talk with the first type.
I remember ten or fifteen years ago when internet became something accessible, some societies tried to block access to their employees. Do you know how that turned out? I think that actually in every society there is free access to internet or “focal point” in which you con use internet for personal reason.
You can fight it or you can exploit it, it’s just a choice.

Eccomi qui per il mio nuovo post in inglese.
Mi piacerebbe parlare di internet e social network.
Facebook, Twitter, Linkedin, Instagram, + Google, Flickr e via.
Tutti sanno cosa sono.
Si tratta di realtà virtuale. So che ci sono un sacco di società che cercano di impedire ai propri dipendenti di utilizzare durante il lavoro.
Dicono che sono in questo mondo virtuale e il lavoro è nel mondo reale.
Solo un paio di considerazione. A mio modesto parere (sì, io di solito frequentare forum ....) Social network e simili non sono del mondo virtuale.
Essi sono falsi. Probabilmente se si legge su di me nella FB, o Likd o Twitter ci si accorge che guardo più fredda realtà, ma se si "googloize" io mi trovi, non un falso me.
Il fatto è che un sacco di gente pensa che sia possibile per nascondere i loro difetti. Tutti vorrebbero essere una persona migliore, ma il mondo virtuale (che non esiste) non è un mondo sicuro per i bugiardi.
Mondo virtuale e mondo reale sono solo mondo.
Se pensi di poter essere meglio in uno dei due si sbaglia. Sì, migliorare il profilo Fb è più facile che migliorare noi stessi, ma dobbiamo non essere pigri. Infatti se si migliorare il proprio profilo sociale ti metti in un carcere. Ci sono rete troppo nel mondo, c'è scampo per bugiardo.
Un'altra considerazione. Come ho detto molte società stanno cercando di bloccare l'accesso a social network o simili. Altre società stanno cercando di approfittare della SN.
Mi piacerebbe parlare con il primo tipo.
Ricordo che dieci o quindici anni fa, quando internet è diventato qualcosa di accessibile, alcune società ha cercato di bloccare l'accesso ai loro dipendenti. Sapete com'è finita? Non mi ricordo, ma in realtà in ogni società vi è l'accesso gratuito a internet o "punto focale" in cui è con l'uso di Internet per motivi personali.
Si può combattere o si può sfruttare, è solo una scelta.

mercoledì 24 agosto 2011

esercizio per il miglioramento (post dal retrogusto manageriale)

Questa volta voglio fare un post ad alto contenuto manageriale, sarà che rientriamo dalle ferie e siamo pronti a produrre nuovo reddito, sarà che ormai si avvicina la fine dell’anno ed i buoni propositi, sarà che ho mangiato pesante…..


Dato che sono un lettore compulsivo mi capita di imbattermi in scritti interessanti.

Un po’ di giorni fa ero alle prese con un post dell’Harvard Business Review (l’ho scritto perché fa figo far vedere che frequento blog di una certa caratura manageriale) e mi sono imbattuto in una riflessione interessante. A dire il vero è già la seconda volta che mi ci imbatto, anche quando ho avuto a che fare con il team di SixSeconds ed ho affrontato la questione intelligenza emotiva avevo trovato questo argomento (sento nell’aria un non so ché di managerialità, se adesso riesco ad inserire pure la SDA Bocconi e l’AIDP sono ufficialmente figo!).

Ma basta girarci attorno ostentando letture e frequentazioni che non mi appartengono come fossi un ex partecipante ad un MBO della SDA Bocconi (Vale o è troppo tirato?!). Nel post che leggevo si parla di attività da fare su noi stessi, per il miglioramento continuo. Chi l’ha scritto dice che chi vuole seriamente fare un lavoro su se stesso deve avere il coraggio di chiedere un feed-back in termini di S.K.S…..stop, keep, start.

In pratica dovremmo chiedere a chi ci sta vicino e vive o collabora con noi di dirci cosa dovremmo smettere di fare (stop), cosa invece dobbiamo continuare a fare (keep) e cosa dobbiamo iniziare a fare (start).

Io l’ho fatto, a suo tempo, e non è facile. Sono tre aspetti abbastanza tosti, specialmente le due “S”, però è un esercizio molto interessante, è un bel modo per voler prender di petto il proprio miglioramento. La “K” è da rinforzo, è il nostro ancoraggio, è quello che ci riesce, che ci fa apprezzare e che dobbiamo usare come trampolino e perno di tutto il resto. Certo lo schema funziona se partite da un importante presupposto: come gli altri ci percepiscono è corretto, quanto meno per loro stessi. Ovvero se una persona mi dice che dovrei smettere di ostacolare ogni sua iniziativa non importa se credo di essere il miglior enzima di ogni gruppo, se lui mi percepisce come un ostacolo alla sua espressione significa che lo sono.

Beh, io forse fra un po’ ci riprovo, per ora vado a rileggermi quello che mi avevano consigliato due anni fa, son sicuro che qualcosa ancora da sistemare c’è.

mercoledì 17 agosto 2011

Sorridere

Facciamo un esperimento.

Guardate questa foto?
Vi fa sorridere? Bene.

Guardate questa foto?
Stesso effetto.
Guardate quest’ultima.
Stesso effetto o un po’ meno?

Ieri sera portavo in giro mia figlia e ho notato come tutti le sorridono. Lei è solare, si arrampica sul bracciolo del passeggino per poter vedere il mondo e riempie tutti di sorrisi. Nello spazio di un’oretta, ha strappato un sorriso a: due ragazzi di colore con treccine; un signore proveniente dall’est, non meglio qualificabile; 4 vecchiette su una panchina (3 su una panchina e una su una sedia a rotelle); un vecchietto con stampelle seduto su una panchina; 4 turisti italiani intenti a mangiare piadina; un signore che portava in giro il cane molto somigliante al cane stesso; due ragazze giovanissime e due giovani donne. Più varie persone che non ricordo. Il fatto è questo, se lei sorride la gente le sorride ed è felice. E’ evidente che quando qualcuno le sorride poi per un lasso di tempo è felice, anche per soli 5 secondi.

Bene, anticipo che da qui in avanti il post diventa un ricettacolo di ovvietà e banalità, andate avanti a vostro rischio.

Ritorniamo un attimo alle foto. Perché l’adulto che sorride fa meno sorridere? Forse perché non siamo abituati: la bimba che sorride è spontaneità pura, la scimmia è divertente, è un animale, un uomo che sorride è una minaccia? E’ veramente così? Siamo veramente poco abituati a sorridere? Ho fatto un test per vedere la reazione ai miei sorrisi.

Le signore anziane mi sorridono e nessuna ha stretto la borsa a sé mentre lo faceva; Il tipo con la paletta rossa e verde che gestiva la fila ai lavori in corso mi ha sorriso; il ragazzo al caffè ha sorriso, forse ha pensato fossi gay; la ragazza invece non mi ha sorriso, forse pensava che volessi fare il manzo (uso a fini personali il post: non sei neppure sta gran gnocca, la prossima volta se te la tiri di meno e mi sorridi vedrai che stai meglio!!!!E se poi fai attenzione vedi pure che indosso sempre la fede.); il tipo del casello non mi ha neppure guardato quindi lo metto fra i non sorrisi; il bimbo dal lunotto posteriore dell’auto sorrisone, ovviamente; il vecchio che attraversava sorriso di cuore, forse il più bello della giornata, ma lo stavo facendo attraversare senza falciarlo con la macchina; il collega in ascensore ha sorriso, anche se è lunedì mattina; la barista del caffè ha sorriso ma era automatico, si è visto che non le ha cambiato la giornata.

In conclusione mi sento di dire due cose:

1. Se sorridi i più ti sorridono e l’effetto è più o meno questo: tu sei felice perché sorridi, loro sono felici perché tu gli sorridi, sorridono e sono felici perché a loro volta sorridono, tu sorridi perché loro ti sorridono e sei ancora più felice.

2. Chi non sorride non gode di questi piccoli bocconi di piacere;

3. Le ragazze sono quelle che rispondono meno ma questo forse è un brutto mondo (alcune di loro se la tirano senza motivo e per questo sono tristi e per questo se la tirano di più).

4. Il sorriso di vecchi e bambini che ti rispondono riempie il cuore.

Adesso fate vobis…

giovedì 11 agosto 2011

Mi sono stancato e sono impazzito. Fatemi RE

Viviamo in un’epoca che ha bisogno di coraggio e di velocità. Bisogna fare scelte lungimiranti senza avere il tempo di discuterle. La Democrazia e la Repubblica non sono adeguate a tutto questo, anzi gli uomini che governano con Democrazia non sono in grado di adattarsi ai nuovi tempi di questo mondo e non hanno il coraggio necessario.


Temo che il prossimo futuro vedrà il propagarsi di dittature e regimi. Speriamo solo che ci siano le persone giuste. Scegliamo bene il leader che rinnegheremo fra dieci anni, potrebbe darci un futuro o potrebbe affossarci. La Democrazia sarà ad aspettarci, per farci rinascere o per farci crescere.

Non lasciamo che qualcuno prenda il potere senza il nostro consenso, non lasciamo che ci dicano cosa ci serve e come. Scegliamo il coraggio, scegliamo il futuro.

Fatemi Re d’Italia, non lo dico più. Non prometto molto: coraggio nelle scelte, priorità all’istruzione (non posso avere tutte le risposte ma posso formare le persone che me le daranno)e alla sanità, trasparenza (in quest’epoca è giusto che le informazioni siano condivise sfruttando la libertà dell’informazione, non guidandola. Ormai tutti noi siamo pronti a cercare la verità è inutile nasconderla) e responsabilità di ogni scelta che farò, mi assumerò la colpa per ogni azione che risulterà inefficace.

Fra dieci anni mi impiccherete in piazza ma fra vent’anni mi intitolerete quella stessa piazza e ci saranno scuole col mio nome e l’Italia sarà dove merita.

Siate coraggiosi, per voi e per il vostro paese.

mercoledì 10 agosto 2011

Verba volant, scripta manent sed verba confirmant

Tutti noi abbiamo almeno una volta sentito l’espressione “Verba volant scripta manent”.
L’origine è da ricondurre a tale Caio Titus che si rivolse così al senato romano invitando massima prudenza nel mettere per iscritto le parole.
Io l’ho sempre usata ribaltata, l’ ho sempre intesa come un invito a mettere per iscritto le cose importanti. E non solo io. In ogni caso, l’origine lascia intendere che è un consiglio che da molti anni resiste. L’invito, in un’accezione o in un’altra è sempre attuale. O almeno lo è stata fino all’avvento delle mail.
Infatti adesso mi capita di assistere ad un nuovo fenomeno che ribalta quanto la saggezza di secoli ci ha insegnato. Adesso assistiamo allo “scripta manent sed verba confirmat”.
Viviamo in una società che si spersonalizza progressivamente, ormai siamo immersi in contatti senza contatto. Guardiamo negli occhi solo delle foto e non siamo più abituati a parlare. Esistono sistemi informativi micidiali che con un click condividono informazioni e processi con il mondo in un attimo.
Il “ti mando una mail” è diventato uno strumento di onnipotenza: si incrocia un collega che ci fa una domanda, magari al caffè, e presi dall’ansia gli si dice “ti mando una mail”, lui è sereno perché ti impegni a mettere per iscritto il tuo pensiero e tu guadagni tempo. Arrivi in scrivania e, dopo aver investito un paio di secondi per formulare in un italiano opinabile una risposta, ti concentri sulle cose importanti: oggetto, destinatario, destinatario in copia e….destinatario in copia conoscenza nascosta.
Apro una veloce parentesi, quando mi ritrovo in BCC o CCN in genere il contenuto della mail mi fa imbestialire e chiamo il mittente invitandolo a mettermi per conoscenza, in modo da poter esplodere la mia rabbia in diretta e non reprimerla nel mio anonimato nascosto. Chiusa parentesi.
Una volta inviata la mail scatta il “verba confirmant”. Sono così tante le mail che riceviamo ogni giorno che diventa difficile discriminare guardando solo l’oggetto la loro importanza e quindi il mittente in genere fa seguire alla mail una telefonata di conferma, del tipo: “hai ricevuto la mia mail, cosa me ne dici?”.
E’ evidente la bestialità di tutto questo, ma è la direzione in cui si sta sclerotizzando il sistema.
Io non ti rispondo a voce (perché verba volant), ti scrivo e poi ti chiamo per chiedere conferma della ricezione ed eventualmente anche un commento.
Geniale.
Ragazzi, riprendiamo le fila di quello che stiamo facendo che è meglio.


lunedì 8 agosto 2011

Italianità, Multistrada e compiti di matematica.

Non so se siete amanti delle moto come me (http://motociclistidatavola.blogspot.com) ma userò la moto come esempio per descrivere un’altra bella caratteristica dell’italianità. Parlerò di Ducati Multistrada.
La nuova Multistrada si inserisce apparentemente nel segmento delle maxi endurone.
Non entro nel merito del fatto che vi entri solo a livello di immagine da marketing o vi entri in maniera sostanziale, rimane che il posizionamento (per parlare da marchettari…..quelli che fanno marketing) è quello. Si tratta di un mercato che ha una regina quasi indiscussa, la BMW R1200GS che, sempre grazie al marketing, ha creato e dominato un segmento facendolo diventare anche d’élite. Un’ élite accessibile, è questa l’arma vincente. Dopo un tentativo poco fortunato (e con poco impegno) di qualche anno fa Ducati, ingolosita da un segmento che continua a crescere e a dare soddisfazione al teutonico leader, ha lanciato un anno fa un gioiello. Ancora una volta soprassediamo sui contenuti tecnici spinti, sull’affidabilità che si valuterà solo fra qualche anno, sulla tenuta del mercato, ecc ecc. La Multistrada è un gioiello. Ha alzato l’asticella in termini di potenza (caratteristica Ducati), di innovazione e di elettronica.
Lasciando stare considerazioni da motociclista, il succo è che, dopo aver arrancato anni senza evolvere e senza proporre nulla in un segmento ricco e in crescita Ducati ha calato l’asso pigliatutto, la belva che ha dettato nuovi parametri di confronto.
Entriamo nel vivo: BMW lavora sul suo GS dal 1980 e ha creato un impero e un mito attorno a questo prodotto, ingolosendo i motociclisti di tutto il mondo ad ogni restyling, ad ogni nuova versione; Ducati dopo anni di assenza lancia il prodotto rivoluzionario mischiando vorticosamente i parametri del mercato.
Questo è tipico dell’Italia. Mi viene in mente quando studiavo alle superiori. Mi ricordo che l’insegnante di matematica ripeteva che era giusto fare un po’ di esercizi ogni giorno, con costanza, mentre io concentravo i miei sforzi ai pochi giorni che precedevano i compiti in classe. Mi andava abbastanza bene e quindi non ho mai avuto lo stimolo a cambiare. Certo, metà del tempo dedicato allo studio matto lo passavo ripetendomi che avrei dovuto cambiare sistema, che avrei dovuto essere regolare, che così facendo sarei invecchiato in fretta. Poi però il risultato del compito non giustificava più la mia ansia e ritornavo al vecchio modello. Anche all’università, nonostante gli sforzi, la mia performance si racchiudeva in pochi giorni ad alta intensità dove scatenare il mio “genio” e ancora una volta i risultati erano accettabili. Ecco, questo non è solo tipico mio, è tipico dell’Italiano. Il colpo di genio che fa uscire dai guai proprio quando i guai cominciano a diventare troppo grandi. Come Ducati, dopo anni di ritardi in un segmento goloso ha sparato un prodotto che obbliga gli altri a confrontarcisi.
Se ci pensate siamo tutti un po’ così, viviamo in una nazione che non fa ricerca, non fa sviluppo, non destina i fondi a nulla che sia sistematico ma che poi è capace di genio. Siamo forti nei settori customizzati, dove possiamo esplodere questa nostra destrutturazione. Il problema non è nel quotidiano, è nella prospettiva che questo crea problemi. Non voglio arrivare all’esasperazione Giapponese dove Toyota fa programmi a cent’anni (cultura troppo diversa per essere presa a modello, usiamola solo da esempio). Il nostro unico problema è che si fa così anche la politica……
Questa è una caratteristica (non ho mai parlato di limite o difetto) che ci dobbiamo riconoscere, che dobbiamo sfruttare e che dobbiamo considerare nel prossimo periodo. Basterà il nostro genio, il nostro porblem solving per le sfide che ci aspettano? Io credo che vada arricchito, non vada contenuto ma esaltato, cercando di coglierne i limiti di prospettiva a lungo termine.

venerdì 5 agosto 2011

Oggi compio un anno...

tanti auguri a CoseKeso, è sopravvissuto al suo primo anno. Tanto ho scritto e detto, tante sciocchezze, tante banalità ma è divertente.
Spero lo sia anche per voi.

NKW